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Il coeditore. Jaca Book e i libri come progetto

14 novembre 2019

Intervista a Vera Minazzi

Quando un editore doppia il traguardo dei cinquant’anni di partecipazione alla Buchmesse di Francoforte, la Fiera lo festeggia. Arrivano un attestato, una torta con tanto di glassa al cioccolato, le bollicine. Quest’anno a tagliare la torta e far saltare il tasto dello champagne è stata Jaca Book. Con un piccolo giallo: a Sante Bagnoli, fondatore della casa editrice milanese, risulta di essere andato a Francoforte fin dall’anno di nascita, nel 1965. Dai registri francofortesi risulta invece il fatidico 1969.

Francoforte, o cara!

L’importante, sia come sia, è stato festeggiare cinquant’anni di presenza in Fiera. Una presenza che non smette di avere ragione e motivo. È ormai senso comune, e anche un po’ luogo comune, dire che la Buchmesse ha quasi del tutto perso la sua funzione originaria. Nata tra le macerie della guerra, prima di qualsiasi internet, posta elettronica e dropbox, quando non solo un viaggio intercontinentale era ancora una costosissima avventura, ma anche una telefonata internazionale richiedeva tempo e costi e passaggi da un centralino all’altro, il lavoro editoriale non poteva prescindere dall’incontro fisico degli interlocutori. A Francoforte si vendevano e acquistavano diritti perché era l’unico modo possibile per farlo. Oggi, per molti, la passeggiata a Francoforte ha più a che fare con la comunicazione e con le pubbliche relazioni che con la compravendita di diritti, che si svolge quotidianamente da un continente all’altro con gli strumenti che sappiamo.

Libri come progetti

Per Jaca Book invece la partecipazione a Francoforte continua ad avere un valore eminentemente pratico. Ce lo spiega Vera Minazzi, editore di Jaca Book che assieme a Bagnoli dirige la casa editrice. «Noi continuiamo a comprare e a vendere in fiera, sia per le nostre linee di saggistica, sia per la letteraria, ma soprattutto, la partecipazione a Francoforte è cruciale per il nostro catalogo di arte. Il grosso di questi titoli infatti nasce come progetto condiviso tra più editori, si tratta di volumi che possono vedere la luce solo a patto di essere concepiti fin dall’inizio come coedizioni. A differenza della gran parte degli editori, in queste situazioni noi non vendiamo tanto gli autori quanto i libri, progetti precisi attorno ai quali raccogliamo partner editoriali in giro per il mondo, che a loro volta potranno portare a quel progetto autori, contributori dei loro paesi. Per questo molti dei nostri libri d’arte, o i reference illustrati su grandi argomenti storici e culturali diventano testi di riferimento a livello internazionale».

Un lavoro senz’altro assai complesso: «Si tratta di libri che richiedono anni di lavoro e un’importante capacità di coordinamento tra i diversi partner. Mi verrebbe da dire che i libri che compriamo bell’e fatti da altri editori servono a riempire lo spazio tra un progetto e l’altro, per non perdere continuità produttiva, ma quel che davvero conta e ci caratterizza sono i grandi progetti. Pensiamo all’Atlante della musica nei racconti di viaggio (primo volume, “Antichità e Medioevo”, già venduto in altre lingue), che uscirà il prossimo anno e che fa seguito all’Atlante della musica nel Medioevo già uscito in varie lingue: è la dimostrazione più evidente del fatto che le immagini per questi libri non sono mera decorazione, ma testo a pieno titolo tanto quanto le pagine scritte dai diversi autori. Stesso discorso per un’altra opera imminente, la Storia dell’arte russa, opera titanica che ha richiesto cinque anni di lavoro, uno sforzo produttivo a partire dalla concezione grafica, con la gestione di testi, illustrazioni, cartine».

A caccia di coedizioni

Per questo l’incontro fisico con gli altri editori è così importante? «Sì, come dicevo, per un lavoro come questo è fondamentale discutere vis à vis in ogni occasione possibile. Per questo dobbiamo esserci fisicamente, per questo lavoriamo pochissimo con gli agenti letterari, perché quella con i partner è un’alleanza creativa e progettuale, non una cessione di diritti. È anche il motivo per cui a Francoforte anche se le giornate sono sature di appuntamenti, cerchiamo di riservarci del tempo per girare e curiosare negli stand. Programmare troppo significa mettersi in condizione di vedere solo ciò che già si conosce e invece bisogna essere aperti al caso. Ed è anche il motivo per cui tre anni fa abbiamo rinunciato al padiglione italiano per mettere il nostro stand nel padiglione riservato agli editori d’arte e illustrati da tutto il mondo. Lì si crea una contiguità straordinariamente fruttuosa, si fanno scoperte, nascono idee e nuove relazioni d’affari».

Alcuni esempi

Quali tra i libri in uscita in questo ultimo scorcio d’anno rappresentano al meglio questo stile di lavoro? «Senz’altro citerei La risurrezione di Cristo nell’arte d’Oriente e d’Occidente, di due teologi e storici della religione di livello internazionale come François Boespflug e Emanuela Fogliadini, che presentano e analizzano, in ordine cronologico, una selezione di cinquanta opere d’arte di diverse epoche, differenti origini geografiche, vari supporti, realizzate per svariati scopi, dalla più antica, che risale al IV secolo alla più recente, dipinta nel 2017. Ogni opera è riprodotta a piena pagina, accompagnata da un commento storico-artistico e teologico. Il libro colma un’anomala lacuna – non vi è, infatti, un testo di riferimento su questo argomento fondamentale – e presenta in una nuova prospettiva sia il carattere multiforme dell’arte cristiana che le recenti domande sul concetto stesso di Risurrezione che animano le discussioni tra i teologi europei dell’ultimo decennio. In tutt’altra direzione, ma con lo stesso spirito di lavoro, va un libro costruito a partire dalle fotografie americane di Daria Addabbo,  This Hard Land. Sulle strade di Springsteen, e che partendo dalle fotografie ci trascina nelle storie, nei destini, nelle atmosfere delle canzoni di Bruce Springsteen grazie a un ispirato testo di Gino Castaldo. E ancora citerei il monumentale Ville e giardini d’Italia tra natura e artificio di Alberta Campitelli, storica dell’arte e dei giardini, fino al 2016 direttore delle Ville e Parchi Storici del Comune di Roma, che propone un nuovo approccio a una materia di solito confinata a un taglio geografico / cronologico, ricercando inedite connessioni tra stili, periodi e complessità differenti. Meno “illustrato” ma di straordinario valore conoscitivo è in compenso il Malevič. L’ultima icona, in cui Massimo Carboni rilegge l’intera vicenda artistica del padre del Suprematismo – non escluso, anzi, il celebre Quadrato nero – alla luce della dimensione estetico-filosofica dell’icona, ripensando così l’intero rapporto tra le avanguardie e l’eredità del passato. Un volume in uscita in questo 2019, molto gettonato a Francoforte, è Arte e intelligenza artificiale a cura della brillante filosofa Alice Barale, che raccoglie le voci di autori e artisti della scena internazionale che si interrogano su questo “strano oggetto del desiderio e della percezione”, l’arte generata dall’uomo e dalle macchine. Alla Buchmesse, noti editori d’arte hanno avuto tutti la stessa reazione: “…ma io di questo non ne so nulla. Mandatemi da leggere e da guardare!”»

Un Nobel per Jaca Book

Salutiamo Francoforte e i libri d’arte e veniamo a due novità che segnano l’attualità di Jaca Book: un autore e una collana.

Domenica 17 novembre, la casa editrice porterà a Bookcity uno dei suoi autori più importanti e storici, il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka. L’occasione dell’invito nasce dalla pubblicazione di una importante raccolta di saggi inediti, Il lungo cammino verso Mandelaland. Del potere e della libertà. «È una riflessione necessaria e drammaticamente attuale su come opporsi ai comportamenti fondamentalisti, dogmatici e per contrastare “l’agenda della dominazione”. Il libro è importante perché segna l’avvio di una nuova stagione creativa per un autore del peso di Soyinka, e, per quel che ci riguarda, perché ci fa ritrovare un autore che ha segnato una stagione antica e importante della nostra attività, ci riporta agli anni ’70, quando Jaca Book fu la prima a rendere conto della straordinaria ricchezza letteraria proveniente dall’Africa, scoprendo autori come lo stesso Soyinka, come Chinua Achebe, come Ngũgĩ Wa Thiong’o, magari affiancati ai testi della decolonizzazione. Non è un libro illustrato, non è un progetto come quelli di cui abbiamo parlato sopra, ma è in ogni caso un libro fortemente “progettuale”, nato dalla discussione e dall’incontro con Jaca Book, dalla comune valutazione dell’utilità di raccogliere questi testi di intervento in un volume che desse loro persistenza e unità».

Le storie e la Storia di “Contastorie”

L’altra novità riguarda una collana, “Contastorie” e di nuovo un autore, Daniele Biacchessi, che dopo aver pubblicato numerosi titoli con Jaca Book, inizia a curare una serie di testi che ambiscono a narrare la nostra storia più recente attraverso una costellazione di storie esemplari: «Daniele Biacchessi è un nostro autore, arrivato a Jaca Book nel 2016 con un libro di tema musicale, Storie di rock italiano. In prima battuta il libro andò malissimo, ma noi eravamo certi di avere trovato un autore, tanto quanto Daniele era certo di avere trovato il suo editore. E quindi subito abbiamo ripubblicato il suo vecchio e glorioso libro su Seveso, La fabbrica dei profumi, e poi negli anni a seguire tutti gli altri titoli che la sua inesauribile curiosità per le storie e per le cronache è andata suggerendogli, da Una generazione scomparsa, sui mondiali in Argentina del 1978 a L’America di Woody Guthrie, dalle storie partigiane de L’Italia liberata al recentissimo Radio On. I ragazzi che fecero l’impresa delle radio libere (qui la recensione di Un libro al giorno) col quale inauguriamo “Contastorie”. Sarà, come è facile immaginare, una collana molto italiana, che racconterà il Sud, le realtà industriali, denunciando il tanto di male che ci circonda ma testimoniando anche le anse di resistenza e riscatto. Daniele chiamerà scrittori e giornalisti animati dalla sua stessa passione civile e dalla sua stessa capacità fabulatoria. E per noi sarà un po’ un ritorno alle origini, alla voglia di affiancare ai grandi temi del pensiero la testimonianza critica sulla cronaca che si fa storia».