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Storia critica del cemento

21 ottobre 2022
Storia critica del cemento

Il filosofo Anselm Jappe presenta Cemento. Arma di costruzione di massa in diretta streaming a #PDESocialClub.

Giovedì 27 ottobre alle 18.00 a #PDESocialClub si parla di architettura e ambiente con il libro di Anselm Jappe Cemento. Arma di costruzione di massa, edito da elèuthera. Come sempre, la diretta sarà online sui profili Facebook di PDE, di elèuthera e delle librerie che vorranno condividere col proprio pubblico la nostra conversazione.

«Ho cominciato a concepire questo saggio subito dopo il crollo del viadotto Morandi, nel 2018, a Genova. Mi sono rapidamente convinto che la causa di quel collasso, da molti ritenuto “incomprensibile”, risiedeva nel fatto stesso che il ponte fosse in cemento armato».

Sono le parole con cui inizia Cemento, del filosofo di origine tedesca Anselm Jappe, che si è laureato a Roma con Mario Perniola e insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Roma, studioso di Guy Debord e di Karl Marx. Parole molto dirette, come anche il sottotitolo, “Arma di costruzione di massa”. Jappe sostiene, ricorrendo a una notevole documentazione, la pericolosità del cemento armato, data dalla sua inevitabile e rovinosa deperibilità, la sua vulnerabilità ai traumi e soprattutto alle infiltrazioni di acqua che letteralmente lo “mangiano” da dentro anno dopo anno, dalla intrinseca difficoltà di monitorare la salute delle strutture in cemento armato.

Dalla cronaca, dal racconto della tragedia di Genova e di altre simili, l’autore passa a ricostruire la storia di questo materiale, che dà ormai da decenni il volto al paesaggio urbano e non solo in tutto il mondo. Al punto che sembra esserci sempre stato, che non siamo più davvero in grado di immaginare città e paesi, strade e rive senza il grigio segno di questo materiale all’apparenza economico e buono per ogni uso.

Dalla cronaca e dalla storia, però, e già basterebbe e a fare di questo libro una lettura di grande interesse, «Jappe passa a una critica dell’architettura moderna che non risparmia neanche i mostri sacri del modernismo – basti leggere le pagine, assai polemiche, dedicate a Le Corbusier – e si spinge alle archistar che stanno ridisegnando la skyline delle metropoli di tutto il mondo. Fino a porre, proprio di Le Corbusier si sta parlando, l’esplicita e diretta domanda “Il cemento è fascista?”.

Sembra una provocazione, ma argomentazione e citazioni danno davvero da pensare: e non solo per la documentata vicinanza di le Corbusier ai movimenti di estrema destra negli anni ’30, per i suoi legami con il regime di Vichy durante la guerra, ma per la natura intimamente totalitaria del suo fare architettura. La domanda successiva, anche alla luce dell’enorme seguito che proprio Le Corbusier conoscerà a sinistra dopo la fine del conflitto e con ben fissata la memoria delle angoscianti costruzioni così tipiche del blocco sovietico è “Il cemento è stalinista?”.

O forse, ma l’ipotesi non risulta particolarmente rassicurante, “Il cemento è democratico?”: abitazioni di massa, luoghi di lavoro di massa, centri di svago di massa, una coltre di grigia tristezza senza forma e senza gioia è stata stesa dalla fine degli anni Quaranta sulle nostre città. Col risultato che «i poveri sfogano la loro rabbia sulle loro stesse case. Il legame tra i grandi complessi residenziali e il continuo “degrado”, piccolo o grande che sia, è a tal punto visibile che ormai è considerato inevitabile, “naturale”».

Persino un’opera dolente e poetica come il cretto con cui Burri ricoprì le rovine del paese di Gibellina dopo il terremoto che lo aveva distrutto, per preservarne la memoria, dimostra, per l’autore, «come il cemento invecchi più rapidamente delle rovine che ha ricoperto…».

Il libro di Jappe, suggestivo, provocatorio, e di grande piacevolezza alla lettura, può sembrare una provocazione nella sua furia polemica. Ma l’autore stesso ci ricorda come nei sondaggi sugli edifici più odiati dal pubblico «a “vincere” sono sempre gli edifici brutalisti», punto supremo dell’estetica del cemento armato e si avvia a conclusione ammonendo che si può tornare a “costruire senza cemento e senza architetti”, recuperando architetture “tradizionali” o “vernacolari”, affidandosi a materiali presenti sul posto e a tecniche antiche e spesso a bassissimo impatto ambientale ma ad altissima efficienza climatica, e soprattutto recuperando il magistero di un teorico e artista – e romanziere – come William Morris, per il quale non era «lo stile che conta bensì la felicità che l’architettura crea ed esprime».

Di tutto questo e altro parleremo con l’autore il 27 ottobre, in diretta sulle pagine Facebook di PDE, di elèuthera e delle tante librerie che aderiscono a #PDESocialClub. L’incontro sarà visibile anche dalla homepage del nostro sito e sul nostro canale YouTube. Non mancate!