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Scatti di memoria

23 settembre 2022
Scatti di memoria

La Sicilia, l’impegno, Falcone e Borsellino, un anno cruciale negli scatti di Tony Gentile

di Giusy Nicosia

È proprio vero che un’immagine può valere più di mille parole, soprattutto, poi, se questa segna in modo indelebile, nel bene o nel male, il destino di un Paese. Quando l’immagine ci racconta una storia che purtroppo non è andata a lieto fine, quello che ci può aiutare, anche se il solo pensarci fa male come se fosse una ferita mai cicatrizzata, è la memoria: non dobbiamo mai dimenticare il sacrificio di chi ha lottato, perdendo la propria vita, per valori inalienabili come la giustizia, la libertà e il rispetto della vita umana.

Sono passati trent’anni, eppure chi di noi non ha presente quel famoso scatto che è diventato ormai un’icona della storia italiana contemporanea, ma soprattutto simbolo per eccellenza dell’antimafia? Stiamo parlando della fotografia che ritrae i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mentre sorridono tra loro, in “un momento carico di empatia umana e amicizia”, seduti l’uno affianco all’altro, mentre partecipano a una tavola rotonda con il vicesindaco di Palermo, Aldo Rizzo, e il condirettore del “Giornale di Sicilia”, per aiutare Giuseppe Ayala, anche lui magistrato oltre che loro caro amico, che si era candidato con il Partito Repubblicano alle elezioni per il Parlamento. Da quel momento sarebbero passati solo pochi mesi prima che entrambi i magistrati venissero uccisi, per mano di Cosa nostra, a distanza, l’uno dall’altro, di neppure una stagione, nelle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Un’immagine che mostra luce e speranza, ma che preannuncia anche la morte, a chi la osserva oggi.

Scatto di Tony Gentile.

Chi di noi invece conosce l’autore di questa fotografia? Lui si chiama Tony Gentile ed esordisce come fotoreporter nella Palermo di fine anni ’80, in un periodo storico in cui fare fotogiornalismo era ancora più difficile, in un contesto pre-digitale in cui l’avere relazioni dirette e il giusto tempismo nel recarsi nei luoghi dove avvenivano i fatti di cronaca era davvero tutto. Il suo libro Sicilia 1992. Luce e memoria, da poco pubblicato da Silvana Editoriale, e la cui introduzione è curata dal fotografo Ferdinando Scianna, raccoglie, oltre a questo scatto, tante altre fotografie, tutte preziose e fondamentali per testimoniare gli anni terribili in cui la guerra di mafia insanguinava la Sicilia, seminando centinaia di morti: «In taluni casi, la storia può cambiare il significato delle fotografie, – racconta Gentile mentre risponde alle domande di Carlo Sala, la cui intervista, insieme a un testo che segue alla presentazione di Scianna, è presente all’interno dell’opera – e le fotografie che rimangono possono contribuire a cambiare l’opinione delle persone». Custode degli insegnamenti di grandi fotografi siciliani, antesignani soprattutto delle indagini civili, come Franco Zecchin e Letizia Battaglia, Gentile aggiunge: «Grazie a loro mi sono appassionato all’idea che la fotografia riesce a scuotere le coscienze e, anche se non si può sconfiggere la mafia o eliminare le guerre, porta la gente a riflettere e accorgersi delle cose».

Questo libro fotografico è un reportage, un racconto visivo suddiviso per grandi aree tematiche: la prima è 1992, l’anno in cui sono morti i magistrati siciliani, ma anche l’anno in cui è stata scattata la fotografia che li ritrae insieme, per l’ultima volta. Questa immagine è stata adottata, nel tempo, dalla gente comune, che l’ha trasformata, come dice l’autore, in un “vessillo di legalità”.

Scatto di Tony Gentile.

La seconda è Solitudine, una parola che fa riflettere su quanto sia importante la solidarietà per la lotta alla criminalità. C’è uno scatto che ritrae Giovanni Falcone, in quell’istante da solo, in mezzo alla folla, mentre partecipa a Canicattì, nel 1990, al funerale del giudice Rosario Livatino: questa foto sembra voler gridare al mondo, seppure nel silenzio di un’immagine, il senso di solitudine che probabilmente avrà provato il magistrato siciliano in un momento della sua vita in cui, come dice lo stesso Gentile, era “uno degli uomini più minacciati della terra”. Un uomo retto, un tempo giudicato e attaccato persino dai suoi colleghi, e lasciato solo, racconta Gentile, anche da tutti coloro che dopo la sua morte lo hanno osannato, esprimendo la massima indignazione per l’accaduto: esperti di mafia, giornalisti, politici, opinionisti e lo stesso popolo, quello che poi sarebbe diventato, dopo la sua morte, la “società civile”. La solitudine, così come si può notare anche in altri scatti che ritraggono gente comune, luoghi segnati dalla mafia, personaggi politici e forze dell’ordine, è come un virus che contagia tutto ciò con cui viene a contatto.

Il tema successivo s’intitola Sguardi: l’incrocio di sguardi tra il fotografo e i soggetti ritratti non è altro che uno scontro di pensieri che creano quasi, così come li descrive Gentile, delle “scariche elettriche di un corto circuito”. Momenti di vita ordinaria, ma anche particolari frangenti, come la processione dei Misteri o l’operazione dei Vespri Siciliani, tutti diretti a mostrare le tante sfaccettature, fatte più di ombre che di luci, della Sicilia di quegli anni, in particolare di Palermo: «La città appare in queste pagine come una specie di Beirut negli anni della guerra, – chiosa Ferdinando Scianna nell’introduzione dell’opera – assassinata e trucidata anche lei. Ma qualche volta fa pensare anche alla New York di William Klein, solo che il frastuono della modernità, in questo caso, è quello delle stragi».

A Sguardi segue Folla: in alcuni scatti, quelli precedenti alle stragi di Falcone e Borsellino, viene mostrata una moltitudine di persone immobili, passive e, come scrive Gentile: «quasi congelate nel torpore di chi crede che il cambiamento non serva a nulla». In altri scatti, quelli realizzati subito dopo le uccisioni dei magistrati, le folle sembrano essere davvero scosse: «La paura e la rabbia generate dalla violenza con cui la mafia ha dichiarato guerra allo Stato sono riuscite finalmente a provocare una reazione forte facendo svegliare e crescere sempre di più un grande movimento veramente rivoluzionario».

Il tema successivo è Festa: «In Sicilia c’è festa e festa. – racconta Gentile – Può anche succedere che la sola idea di riuscire a trovare una fontana per dissetarsi, nella calda estate siciliana del 1990, possa essere stata una grande festa». Le immagini ci mostrano tutto quello che può significare fare festa in questa terra baciata dal sole: «Quando si fa festa in Sicilia – aggiunge il fotografo – si manifestano infinite sfaccettature dell’essere umano».

Il tema di conclusione è Dolore e resistenza: le immagini mostrano una Sicilia che soffre, ma che sa anche resistere e reagire. «Tante volte abbiamo ascoltato – spiega Gentile – i racconti romantici di una mafia ricca dei sani valori di una volta, che non uccideva le donne e i bambini. Tutte chiacchiere, false rappresentazioni cinematografiche di basso livello. La mafia ha sempre ucciso chiunque fosse d’intralcio ai suoi loschi affari». Aveva ragione Leonardo Sciascia quando diceva che «La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità».