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Storia di Germano Celant

21 maggio 2021

Silvana pubblica il testamento professionale e spirituale di Germano Celant: The Story of (my) Exhibitions

Cinquant’anni di mostre, di passione, idee. Cinquant’anni di arte, racchiusi un 560 pagine.

A un anno dalla scomparsa di Germano Celant, venuto a mancare il 29 aprile 2020, Silvana Editoriale pubblica quello che potrebbe essere considerato il testamento professionale e spirituale del leggendario curatore. The Story of (my) Exhibitions, questo il titolo del volume, è il risultato di un’opera di sintesi della sua ampia indagine critica, che Celant iniziò a concepire nel 2017.

Un libro che ora vede la luce postumo, grazie a Studio Celant e alla casa editrice, che hanno collaborato affinché questa pubblicazione fosse realizzata seguendo l’idea originale del curatore. 

The Story of (my) Exhibitions traccia, dunque, un itinerario che parte da una delle più grandi intuizioni di Celant: il riconoscimento di un nuovo movimento artistico sorto in Italia nella seconda metà degli anni Sessanta, che il curatore, per primo, definì “Arte Povera“.

Un’arte che rifiutava i mezzi espressivi e i materiali tradizionali, per fare ricorso a quelli considerati “poveri”, come terra, legno, ferro, stracci, scarti industriali, rifiutando i valori culturali legati a una società organizzata e tecnologicamente avanzata.

Mostrare le opere d’arte

«Cadono le convenzioni iconografiche e si sbriciolano i linguaggi simbolici e convenzionali. Così nelle arti visuali la realtà visiva e plastica è vista nel suo accadere, nel suo essere. Si riduce ai suoi accessori e scopre i suoi artifici linguistici. Si rifiuta la complicatio visuale, non collegata all’essenza dell’oggetto, si disaliena il linguaggio e lo si riduce a puro elemento visuale, spogliato da ogni sovrastruttura storico-simbolica. Si esalta il carattere empirico e non speculativo della ricerca. Si sottolinea il dato di fatto, la presenza fisica di un oggetto, il comportamento di un soggetto», scrive Germano Celant, nel catalogo della mostra Arte povera – Im-spazio. 

In questa esposizione, svoltasi alla Galleria La Bertesca di Francesco Masnata a Genova nel 1967, il curatore scelse di esporre opere di artisti come Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Pino Pascali e Emilio Prini.

Il viaggio di The Story of (my) Exhibitions inizia dunque da qui, dalla prima definizione di Arte Povera. Il libro si propone di esporre la logica che ha caratterizzato il lavoro di Celant, in particolare il suo modo di «mostrare le opere d’arte». Questo percorso è raccontato attraverso 34 mostre, presentate in ordine cronologico.

Un viaggio in 34 mostre

Il volume si apre con una lunga intervista in lingua inglese, a cui seguono testi teorici apparsi nei rispettivi cataloghi e oltre 300 immagini delle esposizioni curate da Germano Celant dal 1967 al 2018. In chiusura, è fornita la traduzione italiana di tutti i testi contenuti nella pubblicazione.

Dalla mostra Arte povera – Im-spazio del 1967, dunque, arriviamo all’ultima esposizione di Germano Celant: Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943 (Fondazione Prada, Milano, 2018), esplorazione del sistema dell’arte e della cultura in Italia tra le due guerre mondiali.

Tra le altre mostre analizzate nel volume, troviamo Identité italienne. L’art en Italie depuis 1959  (Musée National d’Art Moderne, Parigi, 1981) dedicata alla commistione delle arti; Futuro Presente Passato (Biennale di Venezia, 1997)  descritta da Celant come «una traversata temporale»; When Attitudes Become Form. Bern 1969 (Fondazione Prada, Venezia, 2013), progetto volto a ricreare, con la collaborazione di Rem Koolhaas e Thomas Demand, l’iconica mostra curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle nel 1969; Arts & Foods. Rituals since 1851 (Triennale di Milano, 2015), nata in occasione dell’Expo.

Dal racconto di queste esperienze espositive, analizzate a livello ideativo e visivo, emerge non solo un‘evoluzione nella pratica curatoriale, ma anche nello sguardo di Celant, sempre rivolto verso l’esplorazione della «osmosi tra diversi linguaggi».

Tutto questo fa di The Story of (my) Exhibitions un volume unico nel suo genere, preziosissimo per chiunque si interessi di metodologie di curatela, ma anche per coloro che amano l’arte nella sua accezione più ampia, come espressione di diversi linguaggi.

Germano Celant era un maestro nel codificare questi linguaggi. E, a suo modo, un vero artista.

In apertura, Germano Celant all’interno della mostra Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, Fondazione Prada. Foto di Ugo Dalla Porta