Donzelli Editore lancia una nuova rivista. Per ora sul web.
di Paolo Soraci
Un tempo la riflessione, il dibattito, l’attualità e la profondità trovavano specifico e fertile terreno d’incontro nelle riviste. Tant’è che spesso, in libreria, erano proprio le riviste ad accogliere il visitatore, prima ancora, oggi sembra curioso, delle novità librarie. La crisi della politica, del pensiero critico e l’avvento del web hanno segnato la lunga eclisse di questo strumento, che però da qualche anno segnala una vistosa volontà di ritorno.
Nuove testate sono nate e mostrano di durare, alcune in veste cartacea, altre solo digitali, tutte, quale più quale meno, in dialettica relazione con il web. Ultima nata, “Dissonanze, originata dalla volontà della casa editrice Donzelli – baluardo editoriale, lei sì, del pensiero critico – fondata e diretta dall’editore Carmine Donzelli e da Filippo Barbera, docente universitario, sociologo dell’economia e del territorio, autore della casa editrice.
Ed è a Filippo Barbera che chiediamo il perché, le ragioni che hanno portato alla nascita di una rivista, di questa rivista, “Dissonanze”.
Le ragioni sono abbastanza semplici, almeno per noi che le abbiamo vissute dall’interno, e riguardano principalmente diversi punti. Il primo è che “Dissonanze” è l’esito di un lungo processo di negoziazione, discussione, deliberazione, la risultante di convergenze e divergenze – da qui il nome della rivista – tra tre attori.
Il primo è già stato citato ed è ovviamente il principale, perché è l’imprenditore istituzionale, e culturale, dell’operazione, cioè Carmine Donzelli e la casa editrice che porta il suo nome, con la sua tradizione, critica e civile, di pubblicazioni. Il secondo attore è il Forum Disuguaglianze e Diversità, con cui abbiamo costruito, diciamo pure co-costruito, il modello e la cifra culturale della rivista. Il terzo è l’Associazione di Riabitare l’Italia, un’associazione che si occupa di diversità territoriale ed è attiva da alcuni anni, nata anch’essa in sinergia con Donzelli.
L’idea era un po’ quella di provare a mettere a sistema un certo modo dissonante di guardare la realtà, invertendo il punto di vista, offrendo, sia nei temi che, soprattutto, nel modo in cui questi temi sono trattati, uno sguardo non scontato, laterale, un modo diverso di guardare e classificare i problemi come problemi pubblici, che perciò meritano un’attenzione pubblica.
Chi vorrà visitare il sito rivistadissonanze.it, scoprirà una rivista che non si colloca in un settore, che affronta temi molto diversi, ma tutti unificati da questa idea dell’inversione. Dobbiamo ricominciare a guardare le cose da punti di vista e attraverso categorie di analisi e di azione che siano appunto dissonanti, che creino spiazzamento, che non riempiano un vuoto, ma semmai creino un vuoto per il lettore, per alimentare il desiderio di sapere, di conoscere e di agire.


Ogni numero di “Dissonanze” riporta, oltre all’attestata, un titolo. I primi due sono molto suggestivi, molto icastici: “Ricchi” e “Corpi”. Quanto è vincolante la struttura monografica? Ovviamente sono temi estremamente ampi e che lasciano ampia libertà. Quindi come si struttura anche il sommario della rivista?
La rivista è mensile, ha una struttura per due terzi monografica e per un terzo aperta. La parte monografica si organizza intorno a parole di linguaggio comune: “Ricchi”, “Corpi” per l’appunto, nel terzo numero “Petrolio”. Le prossime uscite andranno da “Animali” a “Provincia”, fino a temi territoriali con focus su diverse città o intere regioni, a partire da “Milano” e “Calabria”. Gli articoli sono una decina nella sezione monografica e da cinque a sette nella parte libera, più percettiva dell’attualità. Per esempio, uno degli ultimi pubblicati è un articolo di Alberto Grandi, “La cucina italiana non esiste”, che riflette in modo critico sull’attribuzione del marchio UNESCO alla cucina italiana come patrimonio dell’umanità.
La redazione non è un circolo chiuso, “Dissonanze” è felice di ricevere idee e proposte, che ovviamente vengono vagliate dal board di direzione per essere eventualmente accettate. Abbiamo già un po’ di articolo provenienti da esterni in attesa di essere pubblicati.
Ogni rivista porta in sé un’intenzione e un’idea di pubblico, spesso le due cose pressoché coincidono. E allora, a chi si rivolge “Dissonanze” e con che intenzione? Per arrivare dove, per fare cosa?
Ogni rivista è innanzitutto una scommessa basata su un’idea di pubblico. L’attuale ecosistema dell’informazione è molto diverso da quello anche solo di 10-15 anni fa. Il numero di attori si è moltiplicato, così come il numero di fonti, il numero di piattaforme, i formati, i modi. Il risultato è che c’è un rumore di fondo sovrastante, ma semicoperte da questo rumore di fondo ci sono cose molto interessanti. Una rivista è oggettivamente uno strumento non di questo tempo, e quindi che pubblico c’è lì dentro? La scommessa è che ci sia un pubblico di lettori interessati a riflessioni non accademiche ma fondate, specialistiche come origine ma non gergali, comprensibili a un pubblico ampio ma ben radicate nella ricerca, nella riflessione. La domanda è se c’è un pubblico che vuole approfondire le cose, che non si accontenta dei tweet, dei post e dei reel, che vuole qualcosa di più di quel che trova nei quotidiani, che a parte alcune lodevolissime eccezioni, sono spesso in crisi di opinionismo. Se questa è la scommessa, i primi numeri hanno dato esiti confortanti.
Questo è certo il primo pubblico, il corpo grosso dei lettori interessati e curiosi. Poi ci sono quelli che possiamo definire i soci di “Dissonanze”, un pubblico fattivamente interessato ai temi della giustizia sociale e della rilevanza pubblica, e il pubblico del Forum Disuguaglianze e Diversità, un pubblico fortemente interessato alle questioni locali, che riguardano le persone e i luoghi.
Sono pubblici diversi, con motivazioni e usi della rivista diversi, lettori che già fanno delle cose intorno ai temi che noi ospitiamo e intercettiamo per dire loro, guardate, “Dissonanze” è anche un vostro strumento. Penso al contributo di Antonio Onorati, che fa parte del mondo ruralista e contadino italiano, che ha scritto un bell’articolo su come la crisi dello stretto di Hormuz incide sulle filiere agricole, in particolare sulle piccolissime imprese, oltre che sui consumatori, tenendo insieme economia, geopolitica, politiche agricole e la vita delle persone.
Il tutto tramite articoli brevi, ma non brevissimi: la media degli articoli di “Dissonanze” è di diecimila battute, affiancate dalla trascrizione vocale, e sappiamo che un editoriale di un quotidiano è di cinquemila battute. Sono sette, otto minuti di lettura. I lettori hanno poco tempo, ma al contempo vogliono fermarsi un po’ di più sulle cose. Si tratta di trovare la misura giusta. Una società, diciamo così, accelerazionista, che fa dell’accelerazionismo uno dei suoi principi di ordine, in particolare nei modelli più avanzati del capitalismo tecnofinanziario americano, vuole rallentare un po’. Ecco, noi vogliamo intercettare e dare risposta a questa necessità.


A questo punto sappiamo parecchie cose di “Dissonanze”, la cosa più semplice ora è aprire il proprio computer e digitare “dissonanze rivista”, “dissonanze donzelli”, ma davvero non vedremo mai un numero cartaceo di “Dissonanze” in libreria?
Ci stiamo pensando. Al momento la rivista è solo sul web, ad accesso libero. Via via proporremo delle premialità, in base ai tipi di accesso consentiti e possibili. Una di queste premialità, di questi incentivi potrebbe essere proprio la classica strenna, che proponga in un volume cartaceo il meglio di “Dissonanze”. Un numero cartaceo l’anno in occasione di particolari momenti, come appunto le feste natalizie, potrebbe essere un’ottima integrazione.
Potete ascoltare la nostra intervista in formato audio nella puntata 34 del nostro podcast INDIE-Libri per lettori indipendenti.