Pietro Della Lucia, direttore editoriale di Allemandi, ci racconta la strategia della casa editrice tra cataloghi, mostre e librerie.
di Paolo Soraci
Più di quarant’anni fa, per essere precisi nel 1983, nasceva a Torino Allemandi, una delle case editrici più influenti nel mondo dell’arte, dentro e fuori dell’Italia. Parte come editore di un periodico, Il giornale dell’arte. La scelta è assai coraggiosa e innovativa: se giornale deve essere, allora su carta da giornale sarà stampato, come un quotidiano. La scommessa si rivela vincente e il quotidiano mensile di Allemandi diventa un punto di rifermento nel mondo dell’arte a livello globale, moltiplicando negli anni le edizioni in altre lingue. Da subito però Allemandi inizia a pubblicare libri: grandi cataloghi di mostre, monografie epocali, saggi che fanno tendenza. Il tempo di doppiare i quarant’anni e la casa editrice conosce una nuova giovinezza e un importante rilancio grazie a una nuova compagne societaria, che vede in prima fila Intesa Sanpaolo.
Chiediamo allora a Pietro Della Lucia, da un anno direttore editoriale di Allemandi, di raccontarci in cosa è consistita la ripartenza e quali linee di produzione si sono avviate in questa nuova fase.
Hai detto bene, Allemandi nasce con una doppia anima che da quarant’anni ne definisce l’identità: quella del giornale e quella del libro. Il primo – con le sue derivazioni digitali – segue il ritmo dei giorni, registra, interpreta, testimonia; il secondo scava, sedimenta, trasforma il tempo in memoria. Ma queste due anime non si contraddicono, si completano. Il giornale è il battito, il libro è il respiro. Insieme formano la misura intera di una stessa passione: quella per la cultura come bene comune, come dialogo incessante tra ciò che accade e ciò che rimane. C’è, in questa continuità, la fedeltà a una tradizione che non è mai immobilità. Come ricordava T.S. Eliot, «la tradizione non si eredita: la si conquista con grande fatica».
Allemandi ha ereditato dal suo fondatore non soltanto un catalogo, ma un’etica del fare: l’idea che ogni libro debba nascere da un atto di rispetto verso l’opera e verso il lettore. Fare editoria significa, ancora, accettare la responsabilità di una forma di conoscenza che si trasmette con la lentezza necessaria delle cose durature. Nell’ultimo anno questa visione ha preso corpo in una costellazione di opere che raccontano la ricchezza di una casa editrice in pieno dialogo con il proprio tempo. In pochi mesi, Allemandi si è imposta come una delle protagoniste della nuova editoria d’arte italiana, sostenuta dall’energia di una compagine sociale che crede nel valore culturale come investimento per il futuro.

I nostri soci — Intesa Sanpaolo, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRC — sono infatti da anni protagonisti della scena culturale italiana e internazionale perché intimamente convinti che, come ha ricordato il professor Giovanni Bazzoli, «costruire cultura è costruire comunità: è edificare l’infrastruttura spirituale senza la quale nessuna economia può dirsi viva». Questa convinzione guida oggi ogni nostra scelta: l’idea che l’editoria non sia un esercizio di nostalgia, ma una forma di costruzione del domani.
Per questo abbiamo proseguito la nostra storia con libri di grande continuità con la storia e l’identità di Allemandi come il Catalogo ragionato delle opere di Giovanni Fattori, Le Fabbriche del Design, Bernini e i Barberini, Van Dyck L’Europeo. Abbiamo continuato a intrecciare il nostro destino con quello della città che ci ospita, lavorando con istituzioni come la Galleria d’Arte Moderna, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, di cui abbiamo celebrato trent’anni di vita e di visione in News from the Near Future, dove la fondatrice scrive: «Il futuro vicino è la forma verbale dell’arte contemporanea». O come il Museo Nazionale del Cinema, per il volume Mole. Il tempio del cinema, che trasforma la Mole Antonelliana in un racconto architettonico e poetico di luce e visione.
Allemandi ha saputo insieme affermare la propria presenza sullo scacchiere nazionale, collaborando con la Galleria Borghese per il volume Metamorfosi, il MANN di Napoli per il catalogo Parthenope e firmando una delle imprese editoriali più imponenti dell’anno: Tesori dei Faraoni, il volume che accompagna la mostra delle Scuderie del Quirinale, la più visitata d’Italia. Un progetto che ha avuto i tratti di una moderna “missione diplomatica” tra Italia ed Egitto, celebrato dentro una delle istituzioni più alte della Repubblica, dove l’arte si fa anche testimonianza di dialogo fra civiltà. Affidata ad Allemandi non solo la cura del catalogo, ma l’intera regia del bookshop e del merchandising, l’impresa si è rivelata un banco di prova decisivo: e la casa editrice vi ha risposto con un’opera di splendore non inferiore al tema che la ispirava, unanimemente riconosciuta tra i volumi più ammirati dell’anno.
Ma la nostra voce non si ferma ai confini italiani. Allemandi ha guardato al mondo con rinnovata intensità. La monografia Carrie Mae Weems. The Heart of the Matter, curata da Sarah Hermanson Meister, esplora un’opera che — come scrive la stessa Weems — «parla con l’arte perché le parole sole non bastano»; il volume Jeff Wall Photographs, curato da David Campany, è il primo pubblicato in Italia a raccogliere in modo così ampio e raffinato l’opera di un maestro della fotografia contemporanea; No Stone Unturned – Conceptual Photography che è la più ampia e approfondita documentazione italiana sull’opera rivoluzionaria di John Baldessari, e infine i recenti progetti realizzati con fotografi internazionali come Nick Brandt, Diana Markosian, Jean Dieuzaide e Antonio Biasiucci.
Anche dal punto di vista del design dei volumi abbiamo potuto sperimentare nuove frontiere di qualità come testimonia il volume che celebra i 100 anni dalla nascita di Arnaldo Pomodoro e quello su Robert Rauschenberg, entrambi curati da Luca Massimo Barbero o i sorprendenti OBEY. Power to the peaceful e JR. Le Cronache di Napoli, ma anche i cataloghi Giorgio Armani Milano per Amore, Giovanni Gastel Rewind, Moby Dick e Emilio Isgrò. L’Opera delle formiche. Fino al libro più inatteso, Ray Giubilo. Flying Racquets. Oltre la rete, che racconta, attraverso quarant’anni di tennis, la grazia di un gesto sportivo trasformato in poesia dell’immagine.
Stiamo, infine, lavorando a una serie di volumi scientifici di alta divulgazione con autori del calibro di Giovanni Agosti, Valentina Castellani, Chiara Bertola, Bartolomeo Pietromarchi. Volumi per appassionati e addetti ai lavori.
Editoria d’arte significa cataloghi di mostre, un’attività che ha visto crescere negli anni il coinvolgimento degli editori, da “fornitori” del corredo editoriale a partner strategici degli organizzatori, entrando sempre di più nella gestione dei bookshop, nella comunicazione, spesso direttamente nell’organizzazione delle mostre. Cosa significa per una casa editrice questo ampliamento delle responsabilità?
Negli ultimi vent’anni il ruolo dell’editore d’arte è cambiato profondamente. In passato il rapporto con un museo o con un organizzatore di mostre era relativamente semplice: veniva realizzata una mostra e l’editore aveva il compito di produrne il catalogo. Era un ruolo importante, ma sostanzialmente confinato alla dimensione editoriale.

Oggi il contesto è molto diverso. Le istituzioni culturali chiedono interlocutori capaci di accompagnarle lungo tutta la filiera del progetto culturale. Il libro resta centrale, ma è diventato una parte di un ecosistema più ampio che comprende comunicazione, merchandising, valorizzazione dei contenuti, gestione dei bookshop e, in alcuni casi, persino il supporto alla progettazione dell’esperienza del visitatore.
Per una casa editrice questo significa assumersi maggiori responsabilità, ma anche avere maggiori opportunità di incidere sulla qualità complessiva del progetto culturale. Quando lavoriamo a una mostra non ci chiediamo soltanto come realizzare un buon catalogo. Ci chiediamo come il visitatore entrerà in contatto con i contenuti della mostra, come potrà approfondirli, quali strumenti porterà con sé una volta uscita dal museo.In questo senso il libro rimane uno strumento straordinario, ma non è più l’unico. Pensiamo a un bookshop ben progettato: non è semplicemente un luogo dove si vendono pubblicazioni.
È uno spazio di mediazione culturale, un’estensione della mostra stessa. Pensiamo al merchandising di qualità, che non deve essere visto come un prodotto accessorio, ma come un ulteriore modo per creare un legame tra il pubblico e il patrimonio culturale.
Credo che questa evoluzione sia particolarmente interessante per una realtà come Allemandi. La nostra storia nasce nell’editoria, e l’editoria rimane il cuore della nostra identità. Però oggi possiamo mettere a disposizione delle istituzioni culturali un patrimonio di competenze che va oltre la produzione del libro. Conosciamo i contenuti, conosciamo gli studiosi, conosciamo il pubblico e conosciamo i meccanismi della divulgazione culturale. Questo ci permette di essere non soltanto fornitori di un servizio, ma partner nella costruzione di progetti culturali più efficaci e sostenibili.
C’è poi un altro aspetto che considero fondamentale. I musei e le fondazioni culturali si trovano oggi ad affrontare sfide economiche e organizzative sempre più complesse. Diventa quindi importante individuare modelli che consentano di ampliare le fonti di ricavo senza abbassare la qualità scientifica delle proposte. Un editore specializzato può contribuire a questo obiettivo, aiutando a valorizzare il patrimonio culturale attraverso prodotti, servizi e attività coerenti con la missione dell’istituzione.
In definitiva, penso che il passaggio da editore a partner culturale rappresenti una naturale evoluzione del nostro mestiere. Continuiamo a fare libri, che restano il centro del nostro lavoro, ma cerchiamo di mettere quella competenza al servizio di un progetto più ampio: creare occasioni di conoscenza, di approfondimento e di partecipazione attorno all’arte.
Le mostre d’arte hanno conosciuto un rilancio dopo il covid, basta passare davanti a Gallerie d’Italia, a Palazzo Reale, a Palazzo Strozzi per assistere allo spettacolo delle code di visitatori. Eppure i libri d’arte vengono guardati sempre con timore e sospetto dal libraio. Cosa si aspetta Allemandi dalla libreria, cosa pensa di fare Allemandi per riaffezionare il libraio ai grandi libri d’arte?
Credo che la prima cosa da fare sia riconoscere che le perplessità dei librai nei confronti del libro d’arte sono comprensibili. Parliamo spesso di volumi impegnativi, costosi da produrre, che occupano spazio e che hanno tempi di rotazione diversi rispetto alla narrativa o alla saggistica di largo consumo. Sarebbe sbagliato ignorare queste difficoltà. Allo stesso tempo, però, penso che il libro d’arte possieda caratteristiche che oggi lo rendono più attuale di quanto si creda.

Viviamo in un’epoca nella quale siamo circondati da immagini. Ogni giorno scorriamo centinaia di fotografie e contenuti digitali sugli schermi dei nostri telefoni. Paradossalmente, proprio questa sovrabbondanza di immagini ha aumentato il valore degli oggetti editoriali capaci di offrire un’esperienza diversa: più lenta, più approfondita, più fisica. Un libro d’arte non è soltanto un contenitore di informazioni. È un oggetto che si guarda, si sfoglia, si conserva. Richiede carta, stampa, progettazione grafica, qualità delle immagini. È un’esperienza che nessun dispositivo digitale riesce a replicare completamente.
Per questo credo che la libreria abbia ancora un ruolo fondamentale. Anzi, forse oggi è ancora più importante di ieri. Il libro d’arte difficilmente può essere scoperto attraverso un algoritmo. Ha bisogno di essere visto, toccato, sfogliato. Ha bisogno di un libraio che lo valorizzi e di uno spazio che ne permetta l’incontro con il lettore.
Naturalmente non possiamo limitarci a chiedere fiducia ai librai. Dobbiamo meritarcela. Come editori abbiamo il compito di pubblicare libri sempre più accessibili, più desiderabili e più riconoscibili. Dobbiamo investire nella comunicazione, raccontare meglio i nostri autori, creare occasioni di incontro, organizzare presentazioni e collaborazioni con le librerie.
In Allemandi stiamo lavorando proprio in questa direzione. Da una parte continuiamo a realizzare i grandi cataloghi e le pubblicazioni specialistiche che rappresentano una parte essenziale della nostra tradizione. Dall’altra vogliamo ampliare il dialogo con un pubblico più vasto attraverso libri divulgativi, fotografici e di arte contemporanea, che possano trovare spazio non soltanto nei musei ma anche nelle librerie generaliste. Penso inoltre che esista una forte convergenza di interessi tra editori d’arte e librai indipendenti. Entrambi operano in mercati di nicchia, entrambi puntano sulla qualità della proposta culturale e non sulla semplice quantità delle copie vendute. Entrambi hanno bisogno di costruire relazioni durature con i lettori.
Quello che ci aspettiamo dalla libreria, quindi, non è semplicemente uno spazio sugli scaffali. Ci aspettiamo un dialogo. Vorremmo che il libraio tornasse a considerare il libro d’arte non come una categoria problematica, ma come un’opportunità per distinguersi, per qualificare la propria offerta e per rafforzare il proprio ruolo culturale sul territorio.
Da parte nostra l’impegno è quello di essere sempre più presenti e più vicini alla rete delle librerie. Perché siamo convinti che il futuro del libro d’arte non si giochi soltanto nei musei o nelle grandi mostre, ma anche in quei luoghi dove ogni giorno avviene qualcosa di prezioso: l’incontro tra un libro e il suo lettore.
In fondo, il libro d’arte nasce per rallentare lo sguardo e approfondire la conoscenza. E la libreria rimane uno dei pochi luoghi in cui questo incontro può ancora avvenire nel modo più naturale e autentico possibile.
Potete ascoltare la nostra intervista in formato audio nella puntata 34 del nostro podcast INDIE-Libri per lettori indipendenti.