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Letture d’estate: sagge vacanze

31 luglio 2023 | feltrinelli
Letture d’estate: sagge vacanze

Il terzo episodio della nostra rubrica “Letture d’estate” è dedicato ai saggi.

di Luca Bonifacio

Il sole non è più quello di una volta, dicono i saggi. Del resto, come dargli torto. Anche perché di questi tempi il caldo potrebbe dare alla testa. Meglio allora rinfrescarsi le idee con un po’ di letture e passare le vacanze in modo saggio, dedicando il tempo a leggere tutto quello che avremmo voluto durante l’anno. E perché no, anche a riflettere un po’. Infatti leggere i saggi ci permette di pensare a quello che è stato il nostro passato, quello che sembra essere il presente, quello che potrebbe essere il nostro futuro. Leggere i saggi significa anche concedersi la possibilità di superare preconcetti e pregiudizi. Soprattutto se chi li scrive, quei saggi, ci ha dedicato anni, studi, tempo e ricerche per tutta la vita. 

Proprio ai saggi, allora, è dedicato il terzo episodio della nostra rubrica “Letture d’estate”, dove vi suggeriamo recenti novità e libri dal catalogo degli editori targati PDE. 

Robert Darnton

Gli ci sono voluti nientemeno che cinquant’anni a Robert Darnton per redigere quella che è considerata una pietra miliare negli studi sul libro: Editori e pirati (Adelphi). Professore emerito alla Harvard University, Robert Darnton è considerato uno dei massimi esperti della storia del libro, nonché della storia culturale del Settecento francese. È infatti un punto di riferimento in svariati settori, anche grazie a testi come Il futuro del libro e I censori all’opera, sempre editi da Adelphi. 

In questo viaggio, Darnton ha spulciato fra cataste di dossier, archivi, volumi inediti e manoscritti delle biblioteche di tutto il mondo, permettendoci di conoscere non solo l’arte dell’editoria nel Settecento, ma anche il mestiere di chi quei libri li piratava andando contro le leggi monarchiche. La “mezzaluna fertile” dov’è fiorita la pirateria appare allora come il magazzino di mezza Francia libraria, creata da stampatori, librai e tipografi che vanno da Bruxelles ad Anversa, da Liegi ad Amsterdam. Darnton ci permette di seguire il fiuto per gli affari e per i libri degli editori fuori legge, ma anche di scoprire come venissero distribuiti e promossi i libri all’epoca delle contrefaçons, degli editti, dei bandits. È un mondo di grandi prenotazioni e di scontistiche speciali, che fanno della pirateria un’arte, dell’editoria il suo risvolto.  

Fra bouquinistes incalliti e corse alle contrefaçons, fra lamentele di librai e squali commercianti, l’editoria pirata sotto l’Ancien régime mostra come questo tipo di lavoro – fondato sul profitto massimale e il capitalismo predatorio – comportò e accompagnò però una paradossale lotta al privilège – librario e non –, al pregiudizio e all’ignoranza, permettendo così la divulgazione delle tesi illuministe dei philosophes. La vocazione di questi pirati a cercare libri che rendessero “moneta sonante” contribuì insomma clamorosamente alla democratizzazione del pensiero e della cultura verso una fascia di pubblico il più ampio possibile.  

Quello di Darnton è allora un viaggio nel laboratorio dell’editoria moderna, in cui l’unico e indiscusso protagonista rimane quel cinquecentenario prodotto cartaceo che, come ricorda Darnton, per natura “non rispetta i confini”.

editori e pirati

 

Johann Hari

Leggerli, i libri, sembra però cosa difficile di questi tempi, anche perché studi recenti ci dicono che la nostra soglia di attenzione è calata drammaticamente negli ultimi tempi. Tanto che, al pari di un pesce rosso, non saremmo capaci di mantenere la nostra soglia di attenzione per più di otto secondi. Concentrarsi sembra cosa ardua, soprattutto se gli input che ci arrivano dall’esterno sono molteplici, e se le occupazioni che una volta richiedevano concentrazione massima non riusciamo neanche più a svolgerle. O forse no? 

Johann Hari, i cui TEDtalk hanno scalato le classifiche delle visualizzazioni, autore di best seller tradotti in 38 lingue, produttore del film candidato agli oscar “Gli stati uniti contro Billie Holiday”, ci spiega nel suo L’attenzione rubata. Perché facciamo fatica a concentrarci (La nave di Teseo) che ci sbagliamo di grosso. 

Prima di dare le soluzioni, però, Johann Hari va alla radice del problema, intanto partendo dalla sua esperienza personale, vita quotidiana e mondo bombardato dalle comunicazioni in cui è inserito. Hari spiega ad esempio che eliminare il cellulare dalle proprie vite – cosa che lo stesso ha fatto per tre mesi – non può bastare per risolvere un problema che riguarda tutti, e che a questo punto esistono ragioni più profonde. Per scoprirle, Hari ha dovuto intervistare i più grandi esperti di scienze cognitive, oltre che ingegneri specializzati nella user experience dei siti che escono dalla Silicon Valley. 

Dopo aver trattato temi quali solitudine, depressione e dipendenze, Hari torna a spiegarci, con l’entusiasmo e la semplicità che lo contraddistinguono, quanto sia fondamentale ricalibrare l’attenzione su noi stessi e su chi ci sta intorno. È un saggio che ci rivela come i metodi e le soluzioni per riuscire a concentrarci siano sotto il naso di tutti: a cominciare dal prestare attenzione a quello che ci dice proprio questo libro.

l'attenzione rubata

 

Gerd Gigerenzer

I problemi di concentrazione non toccano sicuramente l’intelligenza artificiale, che anzi, oramai, sembra pronta a sostituire l’essere umano in tutto e per tutto. La questione dell’IA è infatti all’ordine del giorno, perché l’onnipotente algoritmo sembra arrivato al punto di poter fare tutto, lavorare al posto nostro, vivere al posto nostro, farci trovare perfino l’anima gemella. Se poi anche il frontman dei Daft Punk, che per una vita han dato voce e musica al mondo-macchina, ci spiega che il duo si è sciolto per i risvolti che l’IA ha oramai assunto, allora siamo nei guai. 

Diffidando dei toni apocalittici che ha assunto il dibattito comune, Gerd Gigerenzer affronta la questione dell’IA da buon illuminista, cercando di fare luce su pregiudizi, credenze e superstizioni varie nel suo Perché l’intelligenza umana batte ancora gli algoritmi (Raffaello Cortina Editore). 

Lo fa però dal suo punto di vista, davanti a decenni di ricerca sul processo decisionale basati su un approccio euristico. Il direttore dell’Harding Center for Risk Literacy presso l’Università di Potsdam è infatti già autore per Raffaello Cortina Editore di libri come Quando i numeri ingannano, Decisioni intuitive e Imparare a rischiare. Nel suo nuovo saggio, Gigerenzer ci spiega il come e il perché abbiamo dato massima fiducia ai sistemi complessi di calcolo, ma ricordandoci che è proprio questa fiducia ad aver innescato il presupposto per il disastro. Quello che ci ricorda Gigerenzer è come sempre che sono le conoscenze umane a fare la differenza in questo diabolico mondo di robot. Gigerenzer ce lo spiega con esempi pratici della vita quotidiana, dalle app di incontri ai navigatori, dandoci allo stesso tempo mappa e indicazioni non solo per orientarci in questo mondo, ma anche per dare la nostra impronta in maniera più attiva. E forse un po’ meno apocalittica.

gigerenzer

 

Woo-kyoung Ahn

Di agire meglio e di pensare meglio si parla anche nel primo saggio di Woo-kyoung Ahn, il cui titolo è già programmatico: Ragionare meglio per vivere meglio. Errori cognitivi e come evitarli (Aboca Edizioni). Anche la professoressa di psicologia a Yale attinge da anni di ricerca di psicologi cognitivi, oltre che dai propri studi. Lo fa però scendendo dal piedistallo accademico e mettendo a indagine tutto ciò che attornia la sua esistenza: da esempi divertenti della cultura pop ad aneddoti sulla sua vita, da enigmi a parabole. Nel suo saggio rende finalmente pubblico tutto ciò che concerne il suo corso a Yale e che porta il semplice nome “Pensare”: uno dei più richiesti e frequentati dell’Ateneo americano da anni a questa parte. Quello che insegna la professoressa consiste proprio nell’individuare, capire e modificare tutti i pensieri che influenzano in maniera negativa la nostra vita. Woo-kyoung Ahn analizza infatti tutti quelli che sono errori cognitivi e di giudizio, come i classici errori di pianificazione o avversioni alla perdita. Quello che ne esce è un’indagine sul mondo, dove questi errori appaiono radicati nella società in cui viviamo, inglobando quindi politica, cambiamenti climatici e stratificazione sociale. 

Woo-kyoung Ahn tira insomma in ballo tutto ciò che concerne la cultura popolare – e quindi anche i pregiudizi che la accompagnano – mostrandoci con estrema semplicità che saper pensare permette di migliorare la vita di tutti coloro che ci stanno intorno, oltre che, va da sé, della nostra.

Ragionare meglio per vivere meglio

 

Piero Cipriano

Una delle questioni più influenzate da pregiudizi, errori di valutazione e preconcetti rimane senz’altro quella delle droghe. A causa delle complessità e delle diversità socioculturali, resta difficile capire ancora oggi cosa differenzi uno psicofarmaco da uno psichedelico, soprattutto a seconda del contesto in cui lo si considera. Basta infatti cambiare spazio e luogo per scoprire che i paradigmi che diamo per scontati possono mutare. Ed è proprio quello che ha fatto Piero Cipriano nel suo Ayahuasca e cura del mondo, edito da Politi Seganfreddo Edizioni. Medico, psichiatra, basagliano di ferro, attivissimo nelle ricerche sulla salute mentale, Cipriano ha compiuto un viaggio in territori remoti studiando la storia, le attività, e l’uso culturale dell’ayahuasca: uno psicotropo capace, secondo gli sciamani, di ricollegare il corpo con la parte più profonda di sé. 

In questa società della performance descritta da Cipriano, dove le richieste di antidepressivi o stupefacenti impazzano giorno dopo giorno, Ayahuasca e cura del mondo appare allora come un viaggio inusuale, come un passaggio inedito in un confine tra reale e mentale. Ciò che propone Cipriano nel suo saggio non è solo una possibilità per curare i disturbi della personalità attraverso una pianta, ma anche un metodo che rivaluti i concetti in cui siamo radicati, soprattutto se riguardano la nostra salute. Anche perché Cipriano non parla di “guarire per gestire il reale” ma di “cambiare l’idea stessa alla base della realtà”. 

Quello di Cipriano è insomma un invito a scoprire quello di cui la nostra mente, spirito, percezione sono capaci, oltre che a considerare inscindibile l’essere umano dal resto della natura.

ayahuasca e cura del mondo

 

Gabriella Giannacchi

Per saper pensare e stare bene bisogna anche saper riflettere su ciò che siamo nel mondo. Spesso però la pratica dell’essere e dell’esistere fa il paio con quella dell’apparire e del mostrarsi. La storia della rappresentazione di sé stessi è infatti lunga quanto l’arte, se ci si pensa, e la sua manifestazione ultramoderna, come il selfie, non è altro che una sua forma ultima. Il contenuto è sempre lo stesso: proiezioni dell’io, prova narcisistica, volontà di apparire. E basta? La questione che attornia la propria autorappresentazione l’ha affrontata Gabriella Giannacchi, nel brillante saggio Autoritratto. Storia e tecnologia dell’immagine di sé dall’antichità al selfie (Treccani Libri). 

Docente di Performance e New Media e direttrice del Centre for Intermedia and Creative Technologies alla University of Exeter, Giannacchi ha sviluppato in carriera svariati progetti basati su un approccio interdisciplinare, e aveva già dato prova del suo eclettico modus operandi in Archiviare tutto. Una mappatura del quotidiano, sempre edito da Treccani Libri. 

Per analizzare questa antichissima pratica chiamata autoritratto, Giannacchi usa ancora una volta tutto il suo sapere assieme a un approccio fluido, passando dalla storia dell’arte alla cultura visiva, dagli studi di genere alle neuroscienze. Tutti gli strumenti utilizzati dagli artisti per rappresentare sé stessi permettono così di tracciare un percorso inedito in questo laboratorio dell’identità, mostrando persino come l’atto di rappresentarsi abbia influenzato l’interpretazione della nostra stessa immagine.  

L’autoritratto, per come si è costruito e sviluppato nel tempo, esce allora da questo saggio non solo come una forma di “azione”, ma anche come capacità di “previsione” date le aspettative che attribuiamo al fruitore. È proprio per questo che l’autrice ci invita a ripensare l’autoritratto attraverso storie, modalità e tecnologie diverse, proprio per sottolineare un uso inclusivo ed ecologico che può avere all’interno della società in cui viviamo. 

Leggendo il suo saggio viene da dire che anche farsi un selfie, se ci si pensa bene, potrebbe essere cosa saggia.

autoritratto

 

Per altri consigli, non esitate a chiedere al vostro libraio di fiducia l’ultimo numero di INDIE–Libri per lettori indipendenti, che potete scaricare anche qui in versione digitale. 

Ancora una volta, buone vacanze e buone letture!

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In alto, foto di Bruno su Unsplash