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L’amore è un’invenzione che sfinisce

2 febbraio 2021
L’amore è un’invenzione che sfinisce

Torna in libreria Thérèse e Isabelle di Violette Leduc, in versione integrale. Vi raccontiamo una vicenda editoriale che è anche una storia d’amore

«È la donna più audace che conosca, tanto audace in ciò che scrive quanto nel modo in cui lo esprime […] Quasi tutte le scrittrici si portano dietro una certa timidezza; lei, con una sensibilità femminile, scrive come un uomo».
(Simone de Beauvoir su Violette Leduc in una lettera a Nelson Algren, 7 ottobre 1947)

Il 16 dicembre scorso, la casa d’aste Sotheby’s comunicava la vendita per oltre 56.000 euro di quasi 300 lettere autografe, la maggior parte delle quali inedite, scritte da Simone de Beauvoir a Violette Leduc.

Le lettere coprono un periodo di tempo lunghissimo nella vita e nella relazione delle due scrittrici, quello tra il 1945 e il 1972 (anno di morte di Leduc), e rivelano un rapporto complesso, sbilanciato, intenso, intimo; la vicinanza ma anche il disequilibrio di passioni tra due persone estremamente legate, nonostante personalità così diverse da risultare quasi opposte.

Le due donne si incontrano a Parigi per la prima volta nel febbraio del 1945, quando Violette affida a Simone il suo scritto L’Asfissia, che sarà proprio la stessa Beauvoir a proporre a Gallimard per la pubblicazione. Il libro esce già nel 1946 ma a quel punto, per Violette, Simone è già molto più di un riferimento letterario: è, ormai inevitabilmente, amore e ossessione.

Violette Leduc a Villefranche sue mer nel '49
Violette Leduc a Villefranche sue mer nel ’49

Da quel momento, Leduc si troverà a fare i conti con un sentimento non corrisposto, talvolta anche con rifiuti espliciti, perché la sua impetuosità, la sua mancanza di freno, la sua presenza ingombrante e ossessiva si scontreranno con il temperamento di Beauvoir, calmo, deciso, razionale. Affascinata dal genio e dalla sincerità dell’amica, Simone resterà per sempre respinta dal suo vittimismo e dalle sue nevrosi.

I baci che non vi darò mai

I baci che non vi darò mai: è così che Leduc descriverà all’amica il manoscritto de L’Affamata, pubblicato poi nel 1948: un libro che è di fatto la testimonianza di un amore folle, impossibile e appassionato che invade una vita intera e la trasforma in scrittura.

Pur rifiutandone l’amore, Simone sarà ugualmente per tutta la vita di Violette un sostegno importante, sia personale che alla sua opera: sarà lei stessa a editarla, sostenerla e proporla per la pubblicazione, seguendone passo per passo la carriera fino a firmare la prefazione a La Bastarda, pubblicato da Gallimard nel 1963. Nella prefazione, Beauvoir mette ben in evidenza tutte le qualità umane e di scrittura di Leduc, la sincerità, il coraggio, la libertà dalle convenzioni, il linguaggio sensuale che porta “alla superficie il cuore delle cose”.

La distanza caratteriale, dunque, non impedì mai a Simone di mantenere un ruolo centrale, di guida e di sostegno letterario, economico e personale per Violette. Si potrebbe anzi dire che la fragilità di Violette, la sua dipendenza affettiva, il suo carattere instabile abbiano trovato in Simone un perno cui agganciarsi, così come avevano già trovato nella scrittura un punto necessario alla rappresentazione di sé stessa e della propria esistenza nel mondo esterno.

E in effetti è quasi impossibile parlare di Thérèse e Isabelle e dell’opera di Leduc in generale senza parlare di Violette stessa, del suo vissuto e di quel sentimento affamato d’amore che la sospingeva da sempre in ogni cosa, un manifestarsi caotico che aveva infine trovato concretezza e definizione soltanto nella scrittura.

Violette Leduc con la madre
Violette Leduc con la madre

Chi è Violette Leduc?

Nata ad Arras nel 1907, figlia illegittima mai riconosciuta dal padre,Violette Leduc passa l’infanzia e l’adolescenza elemosinando l’amore di una madre assente, che lei amerà però nell’unico modo che le sarà poi peculiare e la seguirà per tutta la vita, quasi un destino: eccessivo, non ricambiato, smodato; affamato; incessante persino davanti al rifiuto. 

Spronata da Maurice Sachs, stimata da Genet, Sartre e Camus, sostenuta e incoraggiata da Simone de Beauvoir, Leduc pubblicherà dunque nel 1946 il suo primo romanzo, L’Asfissia, seguito nel 1948 da L’Affamata, entrambi per Gallimard.

Sarà però nel 1955, con la pubblicazione di Ravages, che inizierà la storia travagliata del libro che oggi conosciamo come Thérèse e Isabelle. Proposto nel 1954 sempre a Gallimard, Ravages conteneva un capitolo iniziale autobiografico che raccontava, in modo sublime ed esplicito, la storia di un primo amore giovanile fra due donne.

Ritenuto motivo di scandalo, giudicato non appropriato, osceno, inadatto alla pubblicazione, il romanzo venne comunque pubblicato in un’edizione rivista e tagliata l’anno successivo, con l’eliminazione del primo capitolo. Quel primo capitolo passionale e scabroso trovò poi una collocazione a sé stante con il titolo di Thérèse e Isabelle solo nel 1966, dopo il successo ottenuto da Leduc con La Bastarda, pur rimanendo ancora in parte censurato.

Soltanto nel 2000 arrivò alla pubblicazione in Francia nella sua versione integrale, quella che possiamo leggere ancora oggi e che Neri Pozza ha riportato in libreria nel novembre scorso, con la traduzione di Adriano Spatola e Laura Cimenti e una splendida prefazione di Sandra Petrignani.

«Mi tirò a sé, mi distese di traverso sul piumino, mi sollevò, mi prese tra le braccia: mi tirava fuori da un mondo dove non avevo vissuto per precipitarmi in un mondo dove ancora non vivevo».
(Violette Leduc, Thérèse e Isabelle, Neri Pozza 2020, trad. A. Spatola e L. Cimenti)

Violette Leduc nella sua casa in Provenza a Faucon nel '69
Violette Leduc nella sua casa in Provenza a Faucon nel ’69

Storia del primo amore

Thérèse e Isabelle è dunque la storia di un primo amore. Lo spazio è uno, il tempo breve: l’intera vicenda si svolge in un collegio, luogo protetto e imbrigliato di regole dove le due giovani alunne, ancora inconsapevoli del trasporto amoroso, si trovano a scoprirlo e insieme a scoprirsi a vicenda. Nasce così una relazione elettiva e iniziatica, la scoperta di un mondo altro, fatto di desiderio, di pensiero ininterrotto e costante, quasi maniacale, di attese interminabili, di incontri notturni, rubati come ladre. Di energie sottratte al giorno per divampare come fuochi la notte, in una furia di amarsi che nasconde quel che da sempre è lo spettro di ogni amore: l’apprensione per la perdita.

È proprio nell’oscurità delle notti, protette dal buio e dal sonno altrui, che Thérèse e Isabelle trovano il modo di amarsi e di scoprire la forza attrattiva del desiderio, l’unicità dell’incontro dei corpi, l’ebbrezza di incontri proibiti cui nemmeno la paura d’esser scoperte può porre alcun un freno.

Ma Thérèse e Isabelle è anche, in senso più ampio, un vero e proprio archetipo del primo amore. Nella storia delle due giovani si condensa tutto quello che caratterizza la scoperta e l’intensità del rapporto amoroso, dalla passione al desiderio, dal dolore per la separazione all’appagamento dei corpi. Una sorta di iniziazione, impetuosa e ingenua, che ancora non sa ma racchiude già il senso e l’essenza di ogni esperienza d’amore.

E infine: Thérèse e Isabelle è la fisicità di un primo amore. È la scoperta dei corpi, del contatto, del sesso; dei particolari più scabrosi, esplorati dalla precisione evocativa di un linguaggio scandaloso, audace, raffinato; ossessivo e poetico. Ha la consistenza della pelle e l’evanescenza di un sospiro: se è vero che la furia di amarsi nasconde quasi sempre un’apprensione per la perdita, nelle pagine di Violette Leduc l’unico abbandono possibile è quello del sentimento e del corpo.

L’opera di Leduc è stata per lungo tempo vittima dei pregiudizi, dei malintesi e dei moralismi tipici della ricezione di un tema così difficile da affrontare, specialmente quando scritto da una donna: l’erotismo femminile.

Ed è stata una sorte doppiamente infelice se pensiamo che per Leduc l’erotismo non è mai provocazione, quanto piuttosto – lo dice bene sempre Simone de Beauvoir nella fascetta che accompagna l’edizione italiana di Thérèse e Isabelle  la chiave privilegiata del mondo”.
L’intento di Violette non è scandalizzare, ma descrivere, con il più alto grado di precisione e insieme di sentimento, ciò che prova realmente una donna, con una lingua così esplicita che la vede sempre in assoluto anticipo rispetto ai tempi. 

Oggi, accantonati i tabù sulla sessualità femminile – o, diciamo, nell’ottica più generale di eliminarli definitivamente – possiamo concentrarci sulla scrittura e sul piacere della lettura di Violette Leduc; Thérèse e Isabelle è un libro che dà voce alla vicenda amorosa ed editoriale di una donna, parlando in questo modo a moltissime donne in tutto il mondo.

Simone de Beauvoir a Pechino 1955
Simone de Beauvoir a Pechino 1955

Simone de Beauvoir

È molto interessante, a proposito di vicende editoriali, notare come il 2020 sia stato anche l’anno della pubblicazione in Italia e Francia di un inedito proprio di Simone de Beauvoir, Le inseparabili (Ponte alle Grazie, 2020, trad. I. Mattazzi). È interessante non solo per il legame fra le due cui ho ampiamente fatto riferimento, ma anche perché Le inseparabili, romanzo scritto da Beauvoir nel 1954 e mai pubblicato in vita per volere dell’autrice, racconta una storia molto simile, per tanti versi sovrapponibile a quella di Thérèse e Isabelle: l’amicizia autobiografica e profonda fra due ragazzine a partire dal loro primo incontro a scuola, vissuta e poi raccontata nell’ostilità di un contesto sociale bigotto che porterà Simone a maturare quel pensiero che farà di lei una figura fondamentale dell’intelligenza e del pensiero femminista nel Novecento.

A legare i due libri, quindi, un’uscita italiana quasi contemporanea e un’assonanza della storia.
A separarli, sottolineando ancora una volta la distanza caratteriale tra le due donne, l’approccio al linguaggio e al racconto che fanno di quello di Beauvoir un libro casto, si potrebbe dire borghese, platonico, e dunque perfettamente inquadrato nei tempi, mentre il libro di Leduc è fortemente trasgressivo, quasi furioso, appassionato anche dal punto di vista del linguaggio, in una prosa che si scontra con gli standard etici e i limiti sociali dell’epoca in cui fu scritto e fa di lei un’autrice incredibilmente moderna ancora oggi.

«Ci stringevamo ancora, volevamo farci inghiottire. Ci eravamo spogliate della famiglia, del mondo, del tempo, della ragionevolezza. Volevo che Isabelle, stretta al mio cuore spalancato, ci entrasse dentro. L’amore è un’invenzione che sfinisce».
(Violette Leduc, Thérèse e Isabelle, Neri Pozza 2020, trad. A. Spatola e L. Cimenti)

A un’amica, Violette spiegherà con queste brevi e precise parole la differenza caratteriale e la lontananza fra lei e Simone:«Simone de Beauvoir est une intellectuelle pure et je suis une sensibilité pure».
Ed è vero: laddove Beauvoir è stata sempre modernissima nei termini del pensiero, Leduc lo è stata nelle passioni e nei sensi.

La sua fu per tutta la vita una lotta per scrivere, per amare, per amarsi e in definitiva per vivere. Un modo dello scrivere amoroso, debordante, ossessivo e al contempo pulito e preciso; un tentativo di abbracciare, racchiudere ed esprimere sé stessa. Ma anche nel dominio della penna, sembra dirci infine Violette Leduc, se c’è qualcosa di indomabile nella natura dell’umano, è e rimarrà sempre il sentimento.