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A proposito di Barbara Loden

3 marzo 2020

Nathalie Léger si immerge nel mistero di un film rivoluzionario e della sua imperscrutabile regista. Ecco a voi Suite per Barbara Loden

«Una donna racconta la propria storia attraverso quella di un’altra», scrive Nathalie Léger in Suite per Barbara Loden, appena pubblicato da La Nuova Frontiera. Si riferisce, naturalmente, alla storia della regista e interprete di Wanda, pellicola del 1970 presentata alla 31esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e considerata oggi un’opera rivoluzionaria per il cinema americano

Nel leggere queste semplici parole, tuttavia, abbiamo subito la sensazione che ci sia scritto qualcosa di più, tra le righe. Che quella donna possa essere la stessa Nathalie Léger, mentre ci dice di essere stata rimproverata da un uomo per la sua “passività”. Che possa essere, forse, la madre della scrittrice, mentre ricorda di aver vagato per ore in un centro commerciale futuristico nel 1969, dopo essere uscita dal tribunale in cui era stata pronunciata la sentenza di separazione dal marito. Oppure una qualunque altra donna che, guardando il volto stanco di Barbara Loden che interpreta Wanda, riesca a scorgere un parte di sé, seppur minuscola, nei suoi occhi spenti. 

Tutto questo e altro ancora è racchiuso tra le poche, ma densissime, pagine di Suite per Barbara Loden. Se si tratti di una biografia, un saggio di critica cinematografica, un memoir o un romanzo sospeso tra fiction e auto-fiction, non possiamo dirlo. Nathalie Léger – scrittrice francese, curatrice artistica e direttrice dell’Institut mémoires de l’édition contemporaine – scrive un libro impossibile da rinchiudere in una scatola con la sua piccola etichetta, ma destinato a espandersi, inglobare altre vite, altre esperienze. 

Suite per Barbara Loden appare forse più simile al reportage di un viaggio, intrapreso per svelare i misteri di quello che, di fatto, può essere considerato un road movie che mostra l’America con lo stile crudo e realistico della New Hollywood. Un’investigazione alla ricerca della vera Barbara Loden e della vera Wanda. Una quest.

Léger inizia a scavare nel passato di Barbara Loden dopo aver ricevuto l’incarico di redigere una nota biografica sulla pin-up e attrice che scrisse e diresse un unico, iconico, lungometraggio. Wanda, appunto. Ma perché scegliere proprio questa storia?

Ricostruire Barbara Loden

Per scrivere poco, bisogna conoscere tanto, ci dice Léger, e la documentazione sulla vita di Loden sembra estremamente difficile da reperire. Le persone che l’hanno conosciuta non ci sono più o non vogliono parlarne. E allora la scrittrice chiede consiglio a uno dei più grandi documentaristi contemporanei, Frederick Wiseman. Lui le consiglia: «Inventa». 

Inventare, in questo caso, non significa raccontare il falso, ma accogliere la cronaca nella struttura del romanzo, colmare i buchi, mettere la propria esperienza e sensibilità al servizio della storia e viceversa, in dialogo tra reale e finzione, passato e presente, oggetto e soggetto. 

E così, la scrittrice francese parte dal personaggio di Wanda per ricostruire Barbara. Nel libro, alterna la vivide descrizioni di tutte le scene del film con commenti critici, frammenti di autobiografia, episodi della vita di Loden, racconti delle visite sulle location.

Quando incontriamo Wanda Goronski, all’inizio del film, la vediamo vagare in un panorama distopico, attraverso le miniere di carbone a cielo aperto della Pennsylvania. Bella e biondissima, ma anche trasandata e ben poco presente. Ha i bigodini in testa e con quelli si presenta in tribunale, dove il marito sta chiedendo il divorzio e la custodia dei figli perché, semplicemente, Wanda non è in grado di fare la moglie e accudire la prole. 

Wanda, che vive in una società in cui è impensabile che una donna possa non essere adatta a fare la madre, prega il giudice di concedere al marito il divorzio. Il suo viaggio senza meta inizia da qui. Per tutto il film verrà trasportata per inerzia dalle decisioni di altri uomini, senza mai trovare – se non in uno straziante, ma non risolutivo, momento sul finale – la propria voce. 

Uomini che la abbandonano, uomini che prendono il totale controllo della sua esistenza, delle sue azioni, del suo aspetto. Sulla sua strada incontrerà Mr. Dennis, ladro autoritario e violento. Insieme tenteranno di rapinare una banca, ma le cose non andranno secondo i piani. 

Sappiamo, da alcune interviste alla regista, che l’ispirazione per Wanda arrivò da un piccolo trafiletto di giornale del 1960. Una donna era stata condannata a vent’anni di carcere dopo una tentativo di rapina finito con la morte del complice. Lei aveva ringraziato il giudice per la condanna, mostrando sollievo per l’incarcerazione. Un dettaglio che aveva colpito nel profondo Loden. 

Durante le sue ricerche impossibili, Nathalie Léger riesce a scovare quel vecchio ritaglio del Sunday Daily News e restituire i veri nomi ai protagonisti di questa storia. L’imputata si chiamava Alma Malone, il complice deceduto Mr. Ansley. Barbara Loden non riuscì mai a incontrare Alma in carcere e probabilmente la donna non seppe mai di aver ispirato un film destinato a diventare una pietra miliare del cinema indipendente. 

Léger ci racconta tutto questo con una scrittura brillante e serrata, fatta di periodi brevi e parole scelte con cura, che Tiziana Lo Porto restituisce con grande mestiere nella traduzione dell’edizione di La Nuova Frontiera.

Barbara Loden in una scena di Wanda. Fonte: Criterion

Decostruire Barbara Loden

Ma cosa hanno in comune Wanda Goronski, donna della classe operaia bloccata ai margini della società e apparentemente incapace di reagire, e Barbara Loden, famosa attrice e moglie di uno dei più importanti registi americani di cinema e teatro, Elia Kazan? 

Loden ha sempre sostenuto di aver basato il personaggio su se stessa, sulla propria esperienza di vita. «È come mostrare me stessa com’ero una volta» dice al magazine Madison Women’s Media Collective

Nata in Carolina del Nord nel 1932, Barbara scappa appena può. A diciassette anni inizia a lavorare come pin-up e ballerina di night club a New York. Il suo nome d’arte è Candy (e se qualcuno di voi ha visto The Deuce, serie tv HBO creata da David Simon e George Pelecanos, sappia che la scelta dello stesso pseudonimo per il personaggio di Maggie Gyllenhaal potrebbe non essere causale). 

Si iscrive all’Actor Studio e incontra Elia Kazan a 25 anni, quando lui ne ha 20 di più. Nel 1964 interpreta Maggie, personaggio ispirato a Marilyn Monroe, nello spettacolo teatrale di Arthur Miller Dopo la caduta, vincendo un Tony Award. Nel frattempo, dopo un breve matrimonio con Larry Joachim, sposa Kazan nel 1969. 

L’anno successivo presenta Wanda al festival di Venezia e vince il premio Pasinetti per il miglior film straniero. Durante gli anni ’70, invece, dirige due cortometraggi e si dedica al teatro Off-Broadway e alle produzioni teatrali regionali. Questo fino al 1978, anno in cui le diagnosticano il cancro al seno. Barbara Loden muore due anni dopo, a 48 anni.

Si direbbe una vita agiata e piena di successi, così lontana da quella di Wanda/Alma. Eppure è nella passività di Wanda che bisogna cercare la chiave per capire. Questo personaggio femminile anestetizzato, umiliato da ogni uomo di passaggio, privo di voce, non è stato immediatamente apprezzato dalle femministe della seconda ondata. Wanda non è mai un modello, non si batte per l’emancipazione, non si fa carico di istanze. Spesso, durante la visione, si sente addirittura il desiderio di urlarle «reagisci!». 

Tuttavia, Barbara Loden ha dichiarato di avere molto in comune con il suo personaggio. Il dolore, l’umiliazione, la mancanza di motivazione e direzione. Come abbiamo detto, Wanda non ha quasi mai voce, ma dà la possibilità a Barbara Loden di trovare la sua, gridare forte il suo disagio e il senso di sconfitta attraverso quella che è, di fatto, un’antieroina capace di riflettere una parte di noi difficile da accettare. 

Proprio per il coraggio nel mostrare questo brutale ritratto dell’alienazione sociale legata al genere, Wanda è riconosciuto come uno dei più importanti film del cinema femminista. Nel cammino di emancipazione, sembrano dirci le storie di Alma Malone, Wanda Goronski, Barbara Loden e Nathalie Léger, ogni persona ha i propri tempi di reazione ma nessun* deve essere lasciat* indietro. 

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Wanda è stato restaurato nel 2010 dalla UCLA Film & Television Archive con il sostegno di The Film Foundation e Gucci. A marzo 2019 Criterion ha pubblicato un nuovo restauro in 4k disponibile in Blu-ray. 

Nathalie Léger, Suite per Barbara Loden, La Nuova Frontiera. Illustrazione di Ruth Gwily
Nathalie Léger, Suite per Barbara Loden, La Nuova Frontiera. Illustrazione di Ruth Gwily