
Gabriele Dalla Barba
Le immagini con cui pensiamo arrivano già pronte, prodotte altrove e calibrate su di noi, in un flusso che non lascia l’intervallo in cui le nostre prendevano forma. Chi occupa quello spazio non ha bisogno di proibire, gli basta soddisfare i desideri prima che affiorino, il modo più elegante di spegnerli. Custodire quell’intervallo è il compito, clinico e politico insieme, di queste pagine. La tesi dell’autore è che la psiche sia una trama di immagini, nomi, corpi e tempi che si scrive mentre accade. Ne discende una clinica attenta alla funzione del sintomo più che al significato, e un’idea del lavoro analitico come formazione, dare forma - dove l’analista incontra l’artista. Come mostra il piccolo Hans, una fobia resiste alle spiegazioni e si scioglie quando la scena che la regge può essere rimontata. Il cinema, arte di scene e rimontaggi, attraversa il libro come metafora privilegiata dell’apparato psichico, fino ai quattro film dell’appendice che ne sono il banco di prova.