
Luigi Bolognini
Budapest, 1949. La guerra è finita da quattro anni, ma la città porta ancora addosso le sue ferite. Si ha fame, si ha paura, si impara presto a non fare domande. Eppure, in mezzo alle macerie, c’è qualcosa capace di restituire a un popolo intero l’orgoglio e la speranza: una squadra di calcio. È l’Aranycsapat, la Squadra d’oro. In porta c’è Grosics, davanti a lui Bozsik, Hidegkuti, Kocsis, Czibor. E poi c’è Ferenc Puskás, Öcsi, il fratellino: figlio della periferia, un sinistro che sembra un’arma, il più grande calciatore che l’Ungheria abbia mai avuto. In pochi anni quella squadra diventa leggenda. Vince l’oro alle Olimpiadi di Helsinki, espugna Wembley con un 6-3 che cambia per sempre il calcio europeo, travolge ancora l’Inghilterra 7-1. Per cinquanta partite perde una volta soltanto. Ma è la partita che non può permettersi di perdere: la finale del Mondiale del 1954. Intanto Gábor, il bambino che ci accompagna dentro questa storia, cresce. Ha nove anni quando aiuta a costruire il Népstadion e vede Puskás spingere una carriola a pochi metri da lui. Da quel giorno segue la nazionale come si insegue un destino. Attraverso i suoi occhi, Luigi Bolognini racconta gli anni in cui il calcio diventa il sogno di un paese soffocato dalla dittatura e insieme uno strumento nelle mani del regime. Fino al 1956, quando i carri armati sovietici entrano a Budapest, la rivoluzione esplode nelle strade e la squadra più forte del mondo si spezza proprio mentre si spezza l’Ungheria.