Gek Tessaro si racconta, tra teatro disegnato e osservazione quotidiana. Qui versione integrale dell’intervista pubblicata su INDIE n. 17.
di Cristina Resa
Illustratore e narratore per l’infanzia, Gek Tessaro, al secolo Ferdinando, nasce a Verona nel 1957. Dopo la formazione come maestro d’arte e operatore per l’infanzia, costruisce un percorso unico che unisce disegno, parola e musica. Tra gli autori di punta del catalogo Lapis Edizioni, Tessaro da anni porta in scena il suo teatro disegnato: nel buio suggestivo, la lavagna luminosa, una grande tavola retroilluminata su cui disegnare dal vivo, che proietta immagini ingigantite create con acrilico, collage, acquarello, inchiostri e sabbia. Disegnando al rovescio, spesso con entrambe le mani per effetti simmetrici, o animando sagome in metallo e cartoncino, genera scenografie bizzarre, poetiche e divertenti: un gigantesco libro che si anima, cresce e si dissolve col racconto. Accompagnato da musiche che determinano il timbro delle storie, riempie scuole, festival e spazi culturali. Con lui abbiamo parlato di come nascono le storie, del rapporto con i classici e le narrazioni tradizionali, del valore dell’osservazione come primo gesto creativo.
Come sei diventato illustratore e autore per l’infanzia? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il disegno e racconto sarebbero stati il tuo linguaggio principale, oppure è stata una scoperta graduale?
No, non avevo le idee chiare, anzi, da giovane capivo pochissimo di me. Sapevo solo che mi piacevano molte cose, e mi piacevano davvero: il teatro, l’illustrazione, le storie, la musica. Poi, pian piano, tutte queste passioni si sono unite, come le perle di una collana. Ma all’inizio non sapevo proprio dove andare. Tutto è cominciato quasi senza che me ne accorgessi. Per esempio, la passione per la musica: non è stata la voglia di suonare in sé, ma un momento preciso. Ero fuori da una soffitta dove amici più grandi di me suonavano. Ho toccato un piatto della batteria, ha vibrato, e a me è sembrato durare venti minuti. In quell’istante ho sentito nascere una colonna sonora dentro di me, e ho pensato: “Voglio fare il musicista”. Sono andato a raccogliere fragole e col compenso mi sono comprato una chitarra. Cosa c’entra? C’entra eccome! La vita ti riserva incontri potentissimi che ti fanno pensare: “Questa è la cosa che mi piace”.

Poi c’erano i fumetti. Mia sorella leggeva molti libri, io leggevo Tex e Topolino. Allora ho cominciato a disegnare cavalli: sotto Tex c’è sempre un cavallo, e quando scende diventa un uomo comune. Mi ha colpito rendermi conto del potere che poteva avere il disegno: non possedevo un cavallo, ma potevo disegnarne una mandria intera. Passavo ore a scarabocchiare, e questo mi rendeva felice. Le storie sono arrivate dopo, perché quando passi tanto tempo ad ascoltarle, ti viene voglia di raccontarle. È stato un percorso complicato, ho dovuto togliere tutto ciò che non era essenziale. Ho smesso di suonare la chitarra classica dopo nove anni, e so che non è bello abbandonare una disciplina, ma a un certo punto bisogna scegliere. In quel momento tutta la mia ostinazione si è concentrata su una strada: raccontare piccole storie. Ho iniziato con i laboratori per l’infanzia, che hanno a che fare con le piccole narrazioni. Racconti cosa sia il segno, cos’è il disegno, osservi come reagiscono i bambini. Da lì capisci come muoverti. Il mio percorso è stato sgangherato, ma ha funzionato.
Quando inizi un nuovo libro, da dove parti di solito? C’è un innesco, un’immagine, una storia, un’intuizione ancora più vaga?
C’è sempre qualcosa. A volte la cerchi, perché il libro ti viene richiesto. Altre volte invece ci sbatti contro per caso. Basta un dettaglio. Mi è successo proprio l’altro giorno: ero in coda alla posta e ho visto una signora elegantissima. Senza occhiali mi sembrava avesse i polpacci pelosissimi. Quando li ho messi, ho capito che erano i peli del suo cane, e intanto nella mia testa era già nata una microstoria. Poi si è girata, era pallidissima con le labbra rosso vermiglio. Sembrava un personaggio fantastico, quasi una vampira. È un’immagine che ti resta e da lì potrebbe partire un racconto.
A volte invece l’innesco è una domanda. Il circo delle nuvole è un libro che, a prima vista, sembra voler spiegare delle cose. In realtà tutto è nato un giorno in cui ero fuori dalla biblioteca di Bergamo. Aspettavo di entrare per un incontro con dei ragazzi e alla radio parlavano dell’arresto di un imprenditore ultranovantenne ancora ossessionato dai soldi, che li spostava di qua e di là. Pensavo: “hai più di novant’anni, perché non sei al parco con tuo nipote? Perché non leggi un libro, guardi una commedia, ascolti un disco? E invece sei lì, con i tuoi soldi”. Ma perché? Ecco, emotivamente, quel libro è nato da quella riflessione. Tutte le mie storie partono da incontri, inciampi, piccole conoscenze, cose che ogni tanto ti scuotono, ti rimbombano dentro.

Abbiamo parlato di incontri, di incroci, di occasioni che si presentano. Possono essere situazioni vere della vita quotidiana reale, ma possono essere anche incontri di altra natura. Per esempio, qual è il tuo approccio al racconto tradizionale e ai classici?
Da piccolo sono rimasto sconvolto da Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Credo sia una delle storie più grandi mai scritte, ed è durissima. È lungo, è scritto in un modo che oggi richiede fatica, e non fa sconti. Ti colpisce. C’era però una cosa che da bambino non riuscivo ad accettare. Seguiamo Pinocchio in tutte le sue trasformazioni, attraversiamo con lui prove terribili, e alla fine diventa un bambino perbene e ricco che guarda il burattino che era e dice più o meno: “Come ero buffo prima”. Come se il Pinocchio vero fosse morto e fosse rimasto lì, su una sedia. Questo non l’ho mai perdonato a Collodi. Se accompagno un personaggio per tutta la storia, non posso accettare che alla fine diventi un altro.
Quando Rosaria Punzi, editrice e direttrice editoriale di Lapis Edizioni, mi ha proposto di lavorare su Pinocchio, ho detto sì, ma a una condizione: dovevo poter trasgredire. Non sono Collodi, non posso riscriverlo. Ho però fatto due operazioni semplici. La prima è stata alleggerire il testo, per permettere ai ragazzi di oggi di entrarci senza essere respinti dalla lingua e dalla struttura. La seconda è stata cambiare il finale. Per me Pinocchio non può rinnegare quello che è stato. So che questa scelta ha fatto discutere. Però penso che i classici siano materia viva. L’autore resta l’autore. Io propongo una mia versione, come parte di una discussione aperta. Lo scrivo anche nel libro, chiarisco che sto facendo un’operazione particolare.

Questo mi porta a una riflessione. Spesso si interviene sull’immaginario e sulle illustrazioni, mentre il testo resta intatto, come fosse intoccabile. È una forma di rispetto, certo. Però mi chiedo se sia coerente rendere contemporaneo tutto ciò che circonda l’opera e lasciare le parole ferme nel tempo. Quando affronti un classico oggi devi trovare un equilibrio. Non puoi rifarlo come cent’anni fa, non puoi nemmeno fingere che il tempo non sia passato. È in questa tensione che, per me, nasce il lavoro. Ma lo ripeto: è una riflessione aperta alla discussione. Non sto dicendo che sia la verità. È quello che sento io.
Come è nato il tuo “teatro disegnato”. Che relazione c’è tra i diversi linguaggi? Come lavori nel passaggio dal libro allo spettacolo, o viceversa?
Ormai parto quasi sempre dal libro. All’inizio succedeva il contrario. Mi invitavano ai convegni, mi chiedevano interventi con la musica e con la lavagna luminosa. A volte erano interventi brevi, con poche immagini. Il mio Chisciotte è nato così. Un’insegnante di spagnolo aveva organizzato un convegno sul Don Chisciotte e mi ha chiesto un intervento di quindici minuti. Disegnavo dal vivo. Più avanti ho cominciato a scrivere testi. È partito tutto da lì. Oggi invece accade quasi sempre il contrario: nasce prima il libro e poi lo trasformo per il teatro. È un percorso diverso rispetto alla pagina scritta, ma molto divertente, perché significa trasformare le pagine del libro in pagine di scena. In fondo il mio teatro disegnato è semplice: è il cantastorie.

Racconto attraverso le immagini. I cantastorie di una volta si accompagnavano con la chitarra, io no, ma il principio è lo stesso. Da piccolo ne ho visti alcuni. Raccontavano indicando con una bacchetta le immagini su un grande tabellone. Io però ero un bambino irrequieto e mi annoiavo, perché vedevo già tutto. Mentre erano alla seconda scena, avevo già guardato fino alla fine. Non c’era attesa. Forse sarebbe bastato coprire le immagini e mostrarle poco alla volta. Il mio modo di stare in scena nasce da lì: non far vedere tutto subito, lasciare che l’immagine appaia mentre la storia si costruisce.
Tutto però è iniziato davvero con i laboratori. Una volta mi chiamano dalla Fiera del libro di Vicenza e mi chiedono di fare un laboratorio con 150 bambini. Non avevo mai fatto una cosa simile, eppure mi sono buttato e ho accettato. Mi sono accorto subito che quando parlavo mi seguivano fino a un certo punto. Quando invece disegnavo e mostravo cosa fare, erano incuriositi. C’è qualcosa di molto semplice nel vedere qualcuno che crea delle cose. Come guardare un falegname che costruisce una sedia. È affascinante. Io disegno partendo dai piedi. Quando comincio, tu che guardi non sai cosa verrà fuori. Può essere chiunque. L’ultima cosa che faccio è la testa. Finché non arrivo lì, non capisci dove sto andando. E proprio perché non lo capisci, vuoi scoprirlo. È la curiosità che ti tiene dentro la storia.

Il mio lavoro è questo: racconto storie con la musica, disegno dal vivo, divido il libro in parti che diventano piccole sezioni narrative. Uso tecniche diverse, bianco e nero, graffito, acrilico, acquarello, perché negli anni ho sviluppato molti modi di disegnare. Il teatro ha un vantaggio enorme: capisci subito se funziona. Vedi se una scena piace a chi la guarda, se fa ridere, se è troppo lunga. Con il libro è un po’ diverso. Non vedi chi legge. Non sai se ride, se si arrabbia, se ti lancerebbe un sasso o vorrebbe ringraziarti.
Quali sono le persone, le opere o le esperienze che hai accumulato nel tempo e che oggi usi come veri e propri “utensili della memoria” per il tuo lavoro creativo?
La mia prima ispirazione è stata Alberto Manzi, il celebre insegnante e pedagogista che negli anni ’60 insegnò a leggere e scrivere a un milione e mezzo di italiani disegnando dal vivo in TV. Da bambino facevo fatica a scuola: stare seduto e ascoltare era difficile. Con Manzi invece mi incantavo. Non raccontava fiabe, disegnava la realtà. Per me era più coinvolgente delle comiche. Vedevo una mano che disegnava e raccontava cose ordinarie, ma potentissime. Funzionavano perché mostrava il percorso: osserviamo un’opera d’arte o un disegno già finiti, ma se nascono davanti ai nostri occhi è chi disegna a decidere quanto tempo dobbiamo dedicarci. Posso essere veloce o lento, posso trattenerti dieci minuti mentre compongo, e in quel tempo scelgo strategie per non annoiarti, senza farti capire subito cosa sto facendo. Poi c’era Gustavo, un cartone cecoslovacco senza parole che passava sulla TV svizzera. Solo musica. Senza parole, eri obbligato a guardare. Questa è la forza del libro illustrato: ti costringe a osservare, scavare e imparare a vedere. Imparare a vedere è una grande mancanza di questo secolo.

Ci sono poi altri maestri. Galep, pseudonimo di Aurelio Galleppini, il fumettista che ha creato Tex, mi ha insegnato che il cavallo illumina il personaggio. Mi ha mostrato che se metti una cosa accanto a un’altra, quella cosa può brillare di luce riflessa.
Considero un maestro anche un mio insegnante di educazione all’immagine, che un giorno mi portò in Piazza Bra a febbraio, quando le fontane di marmo erano ghiacciate. Mi disse: “Guarda e stai zitto”. Restammo immobili sulla panchina, congelati dal freddo, e io osservavo. Solo anni dopo compresi il senso di quell’esperienza: imparare a guardare, fermarsi e assorbire la bellezza, anche quando richiede pazienza e resistenza. Non si tratta solo di vedere, ma di trattenere ciò che si osserva dentro di sé.
E ancora, Štěpán Zavřel mi ha insegnato l’acquarello e a disegnare davanti agli altri senza vergogna. Gli illustratori spesso si nascondono. Quando disegnano, quasi si vergognano; lui lavorava su dieci fogli senza preoccuparsene. Per imparare devi accettare di sbagliare, di “stonare”: il suono pulito arriva dopo i colpi e gli errori. Dunque, sono i miei “utensili” creativi, la mia biblioteca interiore: Manzi, Gustavo, Galep, quell’insegnante, Zavrěl, Tullio Pericoli, Emanuele Luzzati. Sono il mio punto di partenza.
Spesso nei tuoi lavori convivono ironia, comicità e poesia. È un equilibrio che cerchi o che nasce da solo?
Direi che tendo a vedere soprattutto il ridicolo, le cose che mi fanno ridere. Non è tanto una questione di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, quanto di osservare l’inciampo, le situazioni buffe. Mi appassiona vedere quanto siamo goffi, quanto il potere può essere ridicolo, quanto persone considerate “giganti” siano in realtà buffe. Questo rende tutto più umano, più accettabile. Non mi considero un autore morale e cerco di non esserlo, ma faccio fatica a evitare di esprimere ciò che penso. Ognuno di noi ha cose da dire, e se hai il privilegio di poterle scrivere o raccontare, è difficile trattenerle. L’ironia fa parte di me, non come esercizio, ma come modo di essere.

A novembre è partito il progetto “L’arte di Gek Tessaro in mostra”, un percorso nelle librerie del circuito Cleio realizzato in collaborazione con noi di PDE. Cosa significa per te far incontrare le immagini con le persone nei luoghi quotidiani dei libri, fuori dagli spazi espositivi?
Portare le immagini fuori dagli spazi espositivi significa, prima di tutto, riportare al centro il vedere: io ho sempre avuto questa attenzione nell’osservare. Ho fatto un libro, Rimanere, dove parlo di otto quadri, ma non come un critico: li racconto attraverso l’esperienza, il tempo che passi davanti a loro. Per me l’arte non è solo bella da guardare, non si misura confrontando un quadro con un altro. È un passaggio interiore, qualcosa che ti accompagna e ti cambia mentre lo osservi. Questo è il senso: portarsi a casa, nella memoria, qualcosa di piccolo ma significativo. Anche con i bambini uso lo stesso approccio: colore, tempo, attenzione, senza fretta. Ritengo che, prima che esistesse la cosiddetta “bella arte”, l’arte fosse fare bene le cose, qualsiasi cosa: costruire una strada, sistemare uno steccato, curare una stalla, tagliare bene i capelli. Far bene, curare il dettaglio. Solo dopo abbiamo separato l’arte dalla vita quotidiana, ma per me l’arte resta anche in quello, nell’attenzione e nella cura che metti in ciò che fai.
Guardando a chi oggi vuole avvicinarsi all’illustrazione e alla narrazione visiva, quale consiglio pratico daresti a chi è agli inizi?
Il consiglio più importante è capire il prima possibile cosa piace davvero. Essere affascinati da qualcosa non basta, devi sentirla tua. Si prova, si riprova, si esplora, ma il punto è trovare la propria direzione, la propria identità. Un primo passo concreto è partire dai libri che convincono di più, quelli che si sentono vicini. Se certe opere sembrano troppo distanti, non è il punto giusto da cui cominciare. La seconda cosa è l’ostinazione. È un mestiere fatto di attese, rifiuti, tentativi. È successo a tutti, anche a chi oggi consideriamo un maestro, come Emanuele Luzzati. Anch’io ho fatto file, ho trovato porte chiuse, ho aspettato risposte che non arrivavano. Molte di quelle esperienze, col tempo, si sono rivelate utili. Formano anche quando non ci si accorge. Un rischio per chi inizia è fermarsi al primo successo. Vincere un concorso può sembrare decisivo, ma è solo un passaggio. Un conto è realizzare cinque buone illustrazioni, un altro è costruire un percorso solido nel tempo. Questo lavoro richiede tentativi, errori e maturazione.