
Leone Piccioni
Una serie di pagine dattiloscritte, corrette a mano e marcate con ampi segni di inchiostro: alla scomparsa di Leone Piccioni, nel 2018, dal suo archivio è emerso un materiale ricchissimo, rimasto inedito fino a oggi. Sono le lezioni su Leopardi tenute allo Iulm di Milano tra il 1970 e il 1975, nelle quali Piccioni tornava al poeta che aveva segnato la sua formazione, anche grazie allo studio con i maestri Giuseppe De Robertis e Giuseppe Ungaretti. Durante le lezioni, Piccioni alternava le sue spiegazioni alla lettura e al commento dei versi, con un frequente movimento tra i testi poetici, le lettere e lo Zibaldone. Convinto che «è nel primo Leopardi che sono segnate, come nella mano, le linee chiave della sua vita e della sua ricerca», Piccioni parte dalle opere giovanili per passare poi alle Canzoni e ai grandi Canti, letti anche nelle loro varianti, per elaborare una narrazione in grado di ammaliare gli studenti, facendoli entrare nell'officina del poeta. È nell'Infinito che la sua lettura trova uno dei punti più intensi, nell'elaborazione di una teoria della «finzione» che mostra il carattere consolatorio della poesia del primo Leopardi. Come spiega Fabiana Cacciapuoti nell'introduzione, fingere significa velare una verità capace di distruggere le illusioni e con esse la speranza. Il poeta sa che oltre la siepe non c'è che il nulla, eppure la poesia può ancora dissimularlo, lasciando aperti varchi, ambiguità, possibilità di consolazione. Quando la finzione cadrà, resterà la voce sola di chi sceglie di esporsi al vero, senza alcuna protezione.