
Roberto Burioni
L’uomo esiste sulla terra da 300.000 anni, ma per il 95% di questo periodo ha vissuto nelle caverne. L’evoluzione darwiniana, che ha plasmato la nostra mente nel corso dei millenni, ha favorito così l’affermarsi di pensieri veloci e istintivi, che servivano a salvare la pelle ai nostri antenati cavernicoli. Da allora molte cose sono cambiate, ma non il nostro modo di ragionare, perché i meccanismi della selezione naturale ci spingono a pensare che decisioni veloci e sbagliate siano sempre più vantaggiose rispetto a un pensiero più ponderato. È quanto molti medici e scienziati si trovano ad affrontare quando persone, anche istruite e ben informate, mettono in discussione l’efficacia delle terapie, e in particolar modo dei vaccini, scambiando per effetti collaterali eventi che invece accadono semplicemente dopo la loro somministrazione. Confondono il “prima” con il “perché”, vittime di una trappola cognitiva che istituisce false connessioni dove invece non c’è nessuna correlazione. Di queste trappole la nostra vita è piena, e il colpevole è il nostro cervello preistorico: meglio evitare il rischio di un piccolo danno oggi, che ottenere un grande beneficio domani, tanto più quando i benefici della cura, ovvero la non contrazione della malattia, sono una scommessa futura.